schede didattiche


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calendario 2016

 

Danilo Dolci

sociologo, poeta, educatore

Sesana TS, 1924Trappeto PA, 1997

 

«Chi litiga, chi fa una guerra è di solito un nevrotico; la persona sana cerca di capire quale sia il problema.

Quando si fanno guerre vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare:

per questo motivo la pace viene a essere il riflesso dei problemi risolti».

 

Danilo Dolci, soprannominato il “Gandhi italiano”, nasce in provincia di Trieste da madre slovena e padre siciliano, il cui lavoro di ferroviere determina per la famiglia continui cambi di residenza. Terminata la guerra, abbandona gli studi di Architettura per aderire all’esperienza di Nomadelfia. Dal 1952 si trasferisce nella Sicilia occidentale in cui promuove lotte contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro. Nella sua attività di animazione sociale e di lotta politica, Dolci impiega sempre con coerenza e coraggio gli strumenti della nonviolenza. Nel 1952, a Trappeto, dà inizio alla prima delle sue numerose proteste, il digiuno sul letto di un bambino morto per denutrizione. La protesta viene interrotta quando le autorità si impegnano pubblicamente ad eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario. Nel 1956 ha luogo, a Partinico, lo “sciopero alla rovescia”. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare una strada comunale abbandonata; Dolci viene arrestato e poi scagionato, dopo un processo che ha enorme risalto sulla stampa: a difenderlo è il giurista Piero Calamandrei. L’episodio suscita indignazione nel Paese e provoca numerose interrogazioni parlamentari. Nel corso degli anni, intorno a Dolci si consolida una stima nazionale e internazionale. Nel 1957 gli viene attribuito il Premio Lenin per la pace. Lo accetta, pur dichiarando di «non essere comunista». Con i soldi del premio si costituisce a Partinico il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”. Si intensifica, intanto, l’attività di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico. Dolci crea altresì la prima radio italiana che infrange il monopolio statale della RAI, Radio libera di Partinico. La figura e l’opera di Dolci polarizzano l’opinione pubblica: mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarietà, in Italia e all’estero. Piuttosto che dispensare verità preconfezionate, egli ritiene che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso valorizza la cultura e le competenze locali. Dopo il terremoto, nel Belice, Dolci intensifica la sua attività a favore della ricostruzione. A partire dagli anni Settanta incrementa l’impegno pedagogico: viene approfondito lo studio di una ricerca comune della verità. Avvia l’esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Negli ultimi anni gira l’Italia per animare laboratori maieutici in scuole, associazioni, centri culturali.

 

 

 

Jinyu Morishita

monaco buddista

Giappone, 1944

 

«La mia missione non è venuta meno con lo smantellamento della base di Comiso,

perché la pace non è soltanto mancanza di guerra ma anche vita pacifica, serena, libera dalle paure,

e in questo senso non si può dire che la pace regni oggi in Sicilia».

 

Il reverendo Jinyu Morishita nasce l’anno prima che gli Stati Uniti sgancino le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Diviene monaco a 12 anni, quando tiene la sua prima manifestazione per la pace, con un digiuno di tre giorni. Da allora digiuna tre giorni al mese, e dedica quotidianamente la propria preghiera alla pace. Nel 1976 entra a far parte di una marcia trans-statunitense composta da 25 monaci che vanno da San Francisco a Washington, l’anno successivo percorre gran parte dell’Europa. Nel 1979 attraversa la maggior parte dell’Inghilterra, nel 1980 percorre a piedi 1.200 km (746 miglia) in Giappone. Attraverso le sue “passeggiate” spera di sensibilizzare l’opinione pubblica contro le armi nucleari. Appartiene all’ordine internazionale Buddista, Nipponzan Myohoji, conosciuto in tutto il mondo per la costruzione delle Pagode della Pace: erigono pagode nel mondo, come una intensa preghiera comunitaria. La Pagoda di Comiso (RG), inaugurata il 24 Maggio 1998, dopo anni di perseveranza e di preghiera del rev. Jinyu Morishita – proprio di fronte a quella che sarebbe dovuta essere, strumento di distruzione, la base missilistica – è l’ottantesima. Il monaco, stabilitosi nella cittadina nei primi anni ’80 – quando questa diventa crocevia del movimento internazionale pacifista – con il suo esempio di vita semplice, è uno dei testimoni più coraggiosi e sicuramente tra i personaggi più influenti e risolutivi in quella delicata lotta anti-militare in Sicilia. La pratica del suo ordine monastico prevede di camminare cantando il mantra Na Mu Myo Ho Ren Ge Kyo e battendo il tamburo, condividendo l’insegnamento della nonviolenza di Gandhi e collegando tale insegnamento al precetto Buddista di “non uccidere”.

 

 

 

Sarina Ingrassia

insegnante, laica consacrata

Monreale PA 1923 – 2015

 

«Abbiamo attraversato le nostre strade con fiaccole e bandiere per dire no alla guerra, no a questa guerra, no a tutte le guerre.

Questa guerra ai cui estremi ci stanno un dittatore senza scrupoli,

mentre nel mezzo milioni di uomini impotenti e condannati a morte senza saperne il perché».

 

 

Nata da una famiglia di umili origini, Rosaria Ingrassia, detta Sarina, si impegna con tutte le proprie forze e con molti sacrifici per costruirsi una propria formazione culturale. Ottiene, sebbene con molto ritardo, un diploma di docente di scuola materna che le consentirà di insegnare e guadagnarsi da vivere. Formatasi nell’Azione Cattolica, la sua avventura inizia quando non è più giovanissima; dopo aver trascorso 25 anni in un istituto laico-religioso, a 50 anni, non senza fatica, trova la propria strada. Alla fine del ’73, sollecitata dal sacerdote missionario del PIME Salvatore Carzedda – che verrà tragicamente ucciso nelle Filippine, a causa dell’attività che ha come fine il dialogo religioso tra cristiani e musulmani – comincia a occuparsi dei più ‘prossimi’, fonda l’associazione “Il Quartiere”, una vera fucina di obiettori di coscienza e di volontari che si dedicano agli altri. Si ispira a Danilo Dolci. Possiede una religiosità profonda che trova la sua espressione nella Comunità di Taizé (Francia) di cui segue l’evoluzione, dalla nascita fino alla costruzione della chiesa della Riconciliazione. Questa forma di ecumenismo è in lei prevalente, lontana com’è da ogni gerarchia e potere, così come dai soldi. Conosce Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Raniero La Valle. Affronta numerosi viaggi, si spinge fino all’India per toccar con mano il dramma della lebbra. Non abbandona mai il sacco a pelo fino a settant’anni. Tiene aperta a Monreale la porta della propria casa a chi ne ha bisogno, nel povero quartiere Baviera. Una casa accogliente e colorata, con la bandiera della pace, le foto di Helder Camara, di Frère Roger e piena di libri: un celibato, il suo, scelto per dedicarsi anche allo studio e alla contemplazione. Nel 2006, sollecitata da Rita Borsellino, si candida nella lista civica ‘Un’altra storia’. Rita Borsellino non ottiene la carica di presidente della regione siciliana, posto che sarà ricoperto da Totò Cuffaro, poi arrestato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Sarina raccoglie tuttavia migliaia di preferenze, un alto riconoscimento per il suo lavoro.

 

 

 

Giorgio La Pira

politico, laico consacrato

Pozzallo RG, 1904 – Firenze, 1977

 

«I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo

sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità».

 

Di famiglia di umili condizioni sociali, consegue la maturità classica e gli studi in giurisprudenza. Legge molto. Nella Pasqua del 1924 avviene la sua conversione cristiana. Diventa terziario domenicano a Messina col nome di Fra Raimondo e successivamente anche terziario francescano. Si forma spiritualmente nell’Azione Cattolica, sceglie di essere “libero apostolo del Signore”, cercando la sua missione nella società. Nel 1926 si trasferisce a Firenze, nel 1934 diventa ordinario di Diritto Romano. Fonda la Messa di San Procolo per l’assistenza ai poveri. Negli scritti condanna il Fascismo. Nel 1946 è eletto all’Assemblea costituente. Nel 1951 è sindaco di Firenze, si interessa ai senza-lavoro, ai senza-casa, agli emarginati. Promuove una tavola rotonda sul disarmo, tesa a mettere in luce il valore e l’importanza del terzo mondo e degli stati africani. Fra i protagonisti di questa esperienza c’è Ernesto Balducci. Durante la Guerra Fredda riunisce la nona sessione della tavola rotonda Est-Ovest sul disarmo. Riceve uno dei massimi dirigenti dell’Urss e la figlia di Krusciov. Durante la guerra del Vietnam organizza un simposio, dal quale viene lanciato un appello per la pace. Organizza il Primo Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana. Più tardi organizza i Colloqui mediterranei cui partecipano anche rappresentanti arabi ed israeliani. Nel 1959 La Pira parla al Soviet Supremo in difesa della distensione e del disarmo. Compie un viaggio ad Hanoi facendo tappa a Varsavia, Mosca, Pechino, riuscendo ad ottenere una proposta di pace che però naufraga. Nel 1965 si reca in Vietnam e incontra Ho Chi Minh. Lavorano insieme a un accordo bilaterale, ma la proposta sarà rifiutata l’anno dopo. Nel 1967 è presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite. Visita Hebron, Gerusalemme, l’Egitto. Ha lunghi colloqui con il ministro degli esteri di Israele Abba Eban, con il Presidente egiziano Nasser e con i sindaci di Hebron, di Betlemme e i rappresentanti palestinesi di Gerusalemme est nella Cisgiordania. Si adopera attivando ad ogni livello le istituzioni di tutto il mondo perché si organizzino incontri al vertice in materia di disarmo, pace e sicurezza. L’operare politico di La Pira viene definito con l’espressione “l’arte della pace”, egli considera l’impegno spirituale come di fondamentale importanza per il proprio impegno politico. Nel 1986 viene avviata la sua causa di beatificazione.

 

 

Pio La Torre

politico, sindacalista

Palermo, 19271982

 

«Negli ultimi anni sono accaduti in Sicilia fatti gravissimi. Il potere mafioso ha rialzato la testa… Da quel momento si è

accelerato il processo di degradazione della vita politica e delle stesse istituzioni autonomistiche… E come non

vedere il pericolo che la trasformazione della Sicilia in una gigantesca base di guerra spingerebbe

alle estreme conseguenze i processi degenerativi già così allarmanti?».

 

Nasce in una famiglia di contadini molto povera, da padre palermitano e madre lucana. Sin da giovane si impegna nella lotta a favore dei braccianti, finendo anche in carcere, prima nella Confederterra, poi nella Cgil e, infine, aderendo al Partito comunista italiano. Nel 1952 si candida al consiglio comunale di Palermo, e viene eletto. Nel 1960 è eletto segretario regionale del PCI, nel 1963 è eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana e rieletto nel 1967, fino al 1971. Nel 1969 si trasferisce a Roma per dirigere prima la direzione della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Berlinguer lo fa entrare nella Segreteria nazionale. Nel 1972 viene eletto deputato nazionale nel collegio Sicilia occidentale. Propone una legge che introduce il reato di associazione mafiosa ed una norma che prevede la confisca dei beni ai mafiosi. É componente della Commissione Parlamentare Antimafia, sempre nel ’76 è tra i redattori della relazione di minoranza della Commissione antimafia, che accusa duramente Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima ed altri uomini politici di avere rapporti con la mafia. Nel 1981 decide di tornare in Sicilia per riassumere la carica di segretario regionale del partito. Svolge la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base USA di missili Cruise a Comiso che, secondo La Torre, rappresenta una minaccia per la pace nel Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccoglie un milione di firme in calce ad una petizione al Governo. Ma le sue iniziative sono rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia. Il 30 aprile 1982, viene ucciso assieme a Rosario Di Salvo. Sostiene il giornalista Antonio Mazzeo: «Quella che deve essere riconosciuta a Pio La Torre è la grande capacità di analisi che lo ha portato ad essere uno dei primi a cogliere il nesso strettissimo tra mafia e militarizzazione. I processi di controllo mafioso del territorio infatti, favoriscono lo sviluppo della militarizzazione e, la presenza militare, viceversa, storicamente ha favorito il dilagare dell’egemonia mafiosa sul territorio. È avvenuto a Comiso come a Sigonella e in ultimo con il Muos a Niscemi, sempre la mafia specula sulla realizzazione dei grandi impianti militari. Questo nesso strettissimo di interdipendenza nasce già dalle modalità di relazione storiche che si sono sviluppate fin dallo sbarco degli Alleati in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale. A tal proposito va detto e ribadito con forza, che quello di Pio La Torre non è un omicidio di mafia. La mafia è il braccio armato, lo strumento militare del capitale transnazionale in combutta con forze armate e servizi segreti atlantici».

 

 

Rocco Rindone

sacerdote

Pietraperzia EN, 1939 – Calvarurso ME, 1988

 

«La rivoluzione può essere inizialmente affascinante, ma a lungo andare diventa una baronia,

per cui, se non c’è l’amore di Qualcuno, non vale più la pena di lottare».

 

Ordinato sacerdote salesiano in pieno ’68, desidera diventare missionario in terre lontane, invece viene inviato nel quartiere dell’Albergheria, uno dei più degradati di Palermo, dove arriva nel 1971 (vi rimarrà fino all’ 82). Per le persone tradizionalmente “pie” il nuovo arrivato scandalizza, troppo diverso è il suo modo di essere prete e di vivere la propria missione pastorale. Veste con un paio di jeans, una casacca, con la barba folta ed un “tascapane” sempre pieno di libri. Entra in tutte le case del quartiere, conosce ogni abitante per nome, vive poveramente. Cammina a piedi o in bicicletta, spinge gli abitanti e i suoi collaboratori ad interrogarsi sulle cause del disagio e del sottosviluppo del quartiere, con il megafono in mano mobilita la gente: la casa non si ottiene senza lotta. Il Centro Santa Chiara, dove opera, in quel periodo diventa un luogo di speranze per barboni, prostitute desiderose di uscire dal giro, per tossicodipendenti, per omosessuali, per obiettori di coscienza (allora mal visti), per tutte le persone sole dei quali nessuno si cura. Nonostante questi atteggiamenti di contestazione non è un agitatore sociale, crede che l’emancipazione delle persone sia inevitabilmente legata al Vangelo, alla ricerca sincera della verità e della trasparenza. In occasione delle elezioni riceve i fac-simili insieme a vettovaglie varie che prontamente rifiuta pur di rimanere libero e di testimoniare l’importanza di rimanere liberi, anche il pane, di cui pure c’è tanto bisogno a Santa Chiara. A dispetto della sua apparenza ribelle e della sua viva capacità critica, don Rocco rimane un uomo dell’istituzione religiosa. Convinto che si possano cambiare le cose passando per le istituzioni, una volta nel corso di un pubblico dibattito un operaio dei Cantieri navali gli dice: «O sei dei nostri, e allora non ti faranno durare, oppure sei un infiltrato del cardinale, e in quel caso ce ne accorgeremo in tempo». Lui, sorridendo, risponde lisciandosi la barba. Come a dire che non è di nessuno, neanche della gerarchia ecclesiastica. Muore in un paesino vicino Messina mentre, ormai preso dalla atrofia muscolare progressiva, parla ai giovani. Nel suo diario scrive: «essere segno senza volerlo».

 

 

 

Tullio Vinay

pastore protestante, teologo e politico

La Spezia 1909Roma 1996

 

«Non c’è avversario che non possa essere vinto dall’amore.

Israele ha fatto del deserto un giardino di Eden, perché non aiutare i Palestinesi a fare altrettanto

affinché il minor territorio fosse compensato dalla maggior qualità d’esso?

Questa non è ingenuità, è semplicemente una politica diversa da quella abituale che manda in rovina il mondo».

 

Figlio di un insegnante, Vinay cresce a Trieste e a Torre Pellice. Studia teologia a Roma presso la Facoltà valdese e poi a Edimburgo. Appena consacrato, dal 1934 al 1946 è nominato pastore della chiesa valdese di Firenze. Durante questo periodo esplica un’intensa attività antifascista e riesce a salvare diverse decine di ebrei, che nasconde in un appartamento segreto della sede valdese di Via Manzoni a Firenze. Nel 1982 viene riconosciuto, dal governo israeliano, Giusto tra le nazioni, e non manca di criticare la politica del governo dello stato di Israele nei confronti dei palestinesi. Nel 1946 fonda a Prali il centro ecumenico Agape, grazie al lavoro di giovani provenienti da tutta Europa. Agape è un centro di incontro per giovani di diversi paesi e fedi religiose, un centro profetico (nel 1947 era ben da venire l’ecumenismo) in cui si vive e si lavora insieme. “Agape – dice Vinay – è un luogo dove le persone si incontrano e trascorrono un breve periodo di convivenza comune alla ricerca dell’amore fraterno”. Nel 1952 fonda il MIR, Movimento Internazionale della Riconciliazione, in Italia, assieme a Carlo Lupo e ai quaccheri Ruth e Mario Tassoni, avendo per riferimento l’International Fellowship of Reconciliation, fondato nel 1919 in Svizzera.

Nel 1961 chiede di svolgere il suo ministero pastorale in Sicilia dove, nella cittadina di Riesi, fonda il centro Servizio Cristiano, per venire incontro alla miseria economica, sociale e morale della popolazione locale e per creare un avamposto contro lo strapotere della mafia. Oggi il servizio cristiano di Riesi si compone di un asilo, una scuola elementare, una foresteria e di un centro di consulenza agricolo. Originariamente vi ha trovato posto anche una scuola professionale. Dal 1976 al 1983 Vinay sarà Senatore della Repubblica, come componente del gruppo della sinistra indipendente.

 

 

 

Maria Occhipinti

anarchica, scrittrice

Ragusa 1921Roma 1996

«Quando un antifascista cade nelle fauci del nemico, dobbiamo difenderlo, sorvegliarlo e lottare per levarglielo».

 

Femminista, è leader del movimento antimilitarista Non si parte! di Ragusa. Viene conosciuta per un fatto avvenuto nella sua Ragusa il 4 gennaio del 1945, alla fine della seconda guerra mondiale. Allo scopo di far fuggire un gruppo di concittadini rastrellati dalla milizia, non esita a stendersi sulla strada per bloccare il mezzo su cui essi vengono trasportati, pur essendo al quinto mese di gravidanza ed una giovane di appena ventitré anni. Il suo gesto dà inizio ad una insurrezione popolare domata soltanto il successivo 8 gennaio. Maria viene arrestata, assieme ad un congruo numero di suoi concittadini, e processata come istigatrice della sommossa. È l’unica donna ad essere condannata e a partorire in carcere. Scontata la condanna inizia a viaggiare e si stabilisce prima a Napoli passando poi a Ravenna, Sanremo, Roma e Milano. Si trasferisce poi in Svizzera, dove da autodidatta scrive la sua autobiografia, Una donna di Ragusa con la quale vince il Premio Brancati nel 1976, prima di iniziare una peregrinazione per diversi stati esteri che la vedranno soggiornare in Marocco, Francia, Canada e Stati Uniti, per poi far ritorno in Italia nel 1973 stabilendosi a Roma.

Qui ricomincia a scrivere occupandosi di questioni sociologiche, mettendo in luce lo sfruttamento dei lavoratori domestici da parte dei loro datori di retribuzione borghesi, e si avvicina agli ambienti anarchici romani. Negli ultimi anni della sua vita si avvicina ai movimenti antimilitaristi e all’opposizione della base missilistica di Comiso.

 

 

 

Rocco Campanella

docente, letterato e attivista

Monreale PA, 1921-1999

 

«Nutro tuttavia, insieme ad altri, la speranza che le Chiese cristiane, prima e più di altri, si decidano a porre e proporre tra i diritti umani e fondamentali il diritto, e insieme il dovere, dell’obiezione di coscienza antimilitarista in tutte le sue forme (compresa quella fiscale)

allo stesso titolo di quella antiabortista. Almeno per i fedeli. In nome del Non uccidere».

 

 

Professore di latino e greco del liceo classico di Monreale, amena cittadina ai confini con Palermo, Rocco Campanella è uno dei principali esponenti della cultura pacifista dell’epoca contemporanea in Sicilia. È un uomo che crede nel proprio impegno, riversandovi tutte le energie. Esce molto provato tanto dal punto di vista fisico che da quello morale dagli anni della guerra – dalla quale torna nel 1945, dopo essere stato ospitato da una famiglia Vallese di Eraclea Veneta – condizione che lo porta ad impegnarsi su temi quali la nonviolenza e l’obiezione di coscienza. È il primo obiettore fiscale in Italia.
 Di Rocco Campanella si ricorda l’impegno per la nonviolenza attiva, così come quello anti-abortista, legato alla propria adesione al “Movimento per la Vita”. I suoi ultimi anni di vita sono un calvario (soprattutto a causa di una brutta caduta durante una marcia per la pace a Comiso): lo costringeranno ad una progressiva paralisi ad una gamba. Ciò nonostante
non si risparmierà, parla e scrive ad autorità civili, politiche e religiose, spedisce circa duemila lettere a sacerdoti e vescovi, ponendo il problema della guerra, dell’obiezione fiscale e invitando tutti a rifiutarsi di pagare le tasse destinate alla costruzione delle armi. Durante gli anni cruciali della sofferenza continua a lottare, propagandando la difesa civile popolare nonviolenta. Investe i soldi della buonuscita per la costruzione di una scuola elementare in Tanzania, un Campus Bahaia (scuola dei Pigmei) nello Zaire, contribuisce alle spese per l’ampliamento della Chiesa nel Munghese (Zaire) e si interessa dei malati di lebbra. É anche presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Monreale. Alla sua morte la famiglia istituisce una fondazione, intitolata proprio a Rocco Campanella, che ogni anno valorizza il lavoro di studenti distintisi nell’ambito della divulgazione della cultura pacifista.

 

 

Renato Accorinti

politico, docente e sindaco di Messina

Messina, 1954

 

«Non si può rimuovere dalla memoria collettiva un secolo di lotte del movimento operaio per la pace e il lavoro,

il disarmo e la giustizia sociale.

Questa Amministrazione appoggia quelle lotte e quegli ideali. Questa Amministrazione dice Sì al disarmo.

Questa Amministrazione, fedele alla Costituzione Italiana, dichiara il proprio No a tutte le guerre».

 

Accorinti è tra i fondatori del movimento “No Ponte”, che si oppone alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Attivista per i diritti civili, dell’ambiente e nella lotta alla mafia fa parte del locale Movimento Nonviolento. Negli anni settanta è rappresentante provinciale della lega degli obiettori di coscienza, aderisce alla Carovana per il Disarmo Bruxelles-Varsavia. Nel 1982, a Comiso, manifesta contro l’installazione della base missilistica. Nel 1991 è imputato, ma poi assolto, perché durante lo svolgimento di una manifestazione contro l’intervento italiano nella Guerra del Golfo istiga i militari a disertare, nel caso fossero stati inviati a combattere nel Golfo Persico, e i giovani che ricevessero la cartolina precetto, a strapparla. Tra il 1992 e il 1995, insieme ad altre forze messinesi, sotto la sigla di Comitato messinese per la Pace e il Disarmo unilaterale, organizza e promuove numerosi incontri informativi e manifestazioni critiche nei confronti della Guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nel 2008 lancia l’iniziativa Free Burma, Free Tibet per protestare contro il rifiuto del presidente del consiglio dei ministri Romano Prodi di incontrare il Dalai Lama Tenzin Gyatso. Il 4 novembre 2013, da sindaco di Messina, eletto nel gennaio dello stesso anno, in occasione delle celebrazioni per la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate a Messina, pronuncia un discorso contro la guerra e le eccessive spese militari, mostrando poi la bandiera della PACE su ha precedentemente riportato l’art. 11 della Costituzione Italiana (“L’Italia ripudia la guerra“). Tale gesto suscita le immediate reazioni dei rappresentanti militari presenti, che abbandonano la manifestazione. Si distingue anche per un impegno attivo contro la Mafia, in difesa dell’ambiente e a sostegno dei diritti civili.

 

 

 

 

Turi Vaccaro

attivista

Marianopoli – CL, 1953

 

«Ho agito per legittima difesa contro l’illegalità delle armi nucleari che costituiscono una concreta minaccia

alla vita della mia famiglia, della comunità in cui ho scelto di risiedere, dell’umanità tutta».

 

Nato in una famiglia numerosa e povera, Salvatore, per gli amici Turi, emigra a Torino e, mentre studia filosofia all’università coltivando la sua vena poetica, lavora alla FIAT come operaio specializzato in motoristica. È uno dei primi obiettori alla produzione bellica: accortosi che il suo lavoro deve servire ad assemblare componenti di un sistema di trasporto militare, preferisce il licenziamento alla complicità nella predisposizione di strumenti di morte.
Nel 1981, si reca a Comiso incontrando l’amicizia dei tanti pacifisti arrivati nella cittadina siciliana per opporsi alla costruzione della base dei missili nucleari. Accompagna il monaco buddhista Morishita nei suoi “giri” di preghiera, aiutandolo ad edificare la “pagoda della Pace”. Come organizzatore del “Cruisewatching”, riesce ad individuare il punto di disseminazione di Vizzini-Scalo e si fa, per questo, quattro mesi di carcere. Per capire Turi Vaccaro bisogna pensare a due suoi grandi modelli: David Henry Thoreau e Francesco d’Assisi. Come Thoreau, Turi è un “uomo dei boschi”: rifiuta la civilizzazione della crescita materiale, il vero progresso è quello dell’anima che trova fondamento nell’arte e nelle relazioni umane, non quello della tecnologia per la potenza materiale ed il consumismo. Come Francesco d’Assisi, autore del cantico delle creature, Turi crede che noi siamo i custodi, non i padroni della Natura, per conto di Dio: il vero peccato mortale sarebbe distruggere in un pomeriggio quell’equilibrio ecologico che il Creatore ha messo insieme in quattro miliardi e mezzo di anni. Lo stile di vita è sobrio, essenziale, più che spartano. Da tanti anni membro del MIR, conduce molte inziative nonviolente anche a costo del carcere, contro la base missilistica di Sigonella, la TAV in Val di Susa, il MUOS di Niscemi e, in ultimo, contro le esercitazioni Trident Juncture presso l’aeroporto di Trapani Birgi.

 

 

Giancarlo Lo Porto

cooperatore umanitario

Palermo 1977 – Punjab 2015

 

«Sto quasi finendo di leggere l’Autobiografia di Ghandi.

È stato un uomo eccezionale.

È riuscito con la semplice forza della verità e della nonviolenza a muovere masse e a cambiare il mondo».

 

Giovanni Lo Porto, per gli amici Giancarlo, nasce da una famiglia umile nel quartiere Brancaccio alla periferia est di Palermo. Il padre Vito, lavora a Pistoia con uno dei cinque figli. Gli altri tre vivono in città, come la madre Giuseppa. L’unico ad andare lontano dalla Sicilia è lui, protagonista della propria autodeterminazione. Lavora a Londra come piastrellista per pagarsi gli studi presso la London Metropolitan University, dopo la laurea consegue il master. Conosce più di sei lingue. Ha una grande passione per il proprio lavoro di cooperante che lo porterà in Africa e in altri continenti. Lavora per la ong tedesca Welthungerhilfe impegnata ad Haiti nella ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011. É un giovane solare, capace di entrare in empatia con tutti i contesti anche difficili. Grande esperto di emergenze umanitarie, si reca nei Balcani, in Birmania con il CESVI, nella Repubblica Centrafricana, in India, dove scopre la nonviolenza di Gandhi, in Cina. Ma la sua passione è il Pakistan, dove viene inviato dal COOPI nel 2012. Nel gennaio dello stesso anno viene rapito da militanti di Al Qaeda, mentre lavora nella città pakistana di Multan, insieme a un collega tedesco, Bernd Muehlenbeck. Muehlenbeck viene poi liberato in Afghanistan. Lo Porto è “accidentalmente” ucciso da un drone statunitense sul confine tra Afghanistan e Pakistan, mentre viene tenuto in ostaggio, insieme all’imprenditore americano Warren Weinstein e al comandante di Al Qaeda Ahmed Farouq. Sulla sua vicenda non si è ancora fatta chiarezza e non si è fatta luce sulla duplice responsabilità del governo statunitense di Barack Obama e del governo italiano, guidato da Matteo Renzi, all’interno dell’operazione antiterroristica, che hanno piuttosto mirato a insabbiare il caso che, tuttora, appare pieno di misteri e contraddizioni.

 

 

calendario 2015

 

Caduta del Muro di Berlino (Gennaio)

Il 9 novembre 1989 è ufficialmente ricordato per la caduta del Muro di Berlino, uno dei principali eventi storici del Novecento. Fu esattamente 25 anni fa che essa mise fine alla divisione tra Germania Est e Germania Ovest. Considerato come cortina di ferro tra la zona d’influenza statunitense e quella sovietica durante la guerra fredda, dal punto di vista propagandistico il muro fu anche il simbolo della dittatura stalinista: ben 138 vittime furono uccise, sotto gli occhi dei media, mentre tentavano di oltrepassare il confine.

In quei giorni è stato rilevante l’impegno della Chiesa luterana, unico spazio di relativa libertà nella DDR, sono da ricordare le settimanali “Preghiere per la Pace” iniziate nella Nikolaikirche di Lipsia, cui spesso seguivano le prime manifestazioni contro il regime. Ma decisivi per gli eventi che portarono alla caduta del muro e alla riunificazione della Germania furono due fattori: l’arrivo di Michail Gorbacev come leader dell’Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell’est e specialmente della DDR. La “Perestroika”, cioè la radicale trasformazione della politica e della economia russe e la “Glasnost” (trasparenza politica) furono determinanti come manovre di cambiamento nonviolento, tanto che lo stesso Gorbacev fu insignito nel 1990 del premio Nobel per la Pace. Fu Papa Giovanni Paolo II a riconoscere l’efficacia della nonviolenza nella distruzione del muro e del ritorno alla libertà dell’Europa orientale: «Alla caduta di un simile “blocco” o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia… Sembrava che l’ordine europeo, uscito dalla Seconda Guerra Mondiale e consacrato dagli Accordi di Yalta, potesse essere scosso soltanto da un’altra guerra. È stato, invece, superato dall’impegno nonviolento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità… Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla guerra nelle controversie internazionali!» (Centesimus Annus, n. 23, 1991).

 

Opposizione alla Guerra del Vietnam (Febbraio)

Durante la Guerra del Vietnam (1960-1975) le persone della società americana si erano divise tra coloro che sostenevano il coinvolgimento degli USA nella guerra, e quelli che volevano la pace. Il movimento per la pace nacque con le manifestazioni nel 1964. Molte persone che vi facevano parte erano studenti, hippie, madri, educatori, sacerdoti, pastori, docenti universitari, giornalisti, avvocati, medici, militari veterani e americani comuni. L’influenza del messaggio di Martin Luther King – che negli ultimi anni della sua vita allargò progressivamente il campo della sua iniziativa: dalla desegregazione ai diritti civili all’antimilitarismo e alla lotta contro la povertà, fino a una rivoluzione nonviolenta e spirituale, tesa a cambiare in profondità la struttura della società americana – fu notevole. Inoltre la profonda avversione nei confronti della guerra da parte del famoso scrittore monaco trappista Thomas Merton lo fece diventare uno dei principali punti di riferimento del movimento pacifista degli anni sessanta. Nel 1968 egli intraprese un lungo viaggio in oriente, incontrando anche il XIV Dalai Lama che per lui ebbe modo di manifestare profonda stima. Ricordiamo a tal proposito l’opposizione alla guerra dei buddhisti vietnamiti, l’autoimmolazione di diversi monaci (che in quei giorni ispirarono Jan Palach a Praga), l’opera di Tich nat han, che ha portato in occidente la protesta nonviolenta dei vietnamiti. L’opposizione alla guerra su piccola scala iniziò nei campus delle università americane. Si trattava di un periodo storico caratterizzato da un attivismo politico studentesco senza precedenti. Il Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam” inscenò la prima manifestazione pubblica negli Stati Uniti, in cui vennero bruciate le cartoline di leva, che toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da impressionare le pellicole di molti registi, nonché la musica di molti artisti come John Lennon e gli artisti di Woodstock che si impegnarono in prima persona per la pace.

La fotografia di Jan Rose Kasmir, mentre porge dei fiori ai militari con i fucili puntati contro di lei, scattata il 21 ottobre 1967 a Washington, è diventata il manifesto del flower power movement. La fece un fotografo francese, Marc Riboud, e ha fatto la storia.

 

 

Rivolta dell’Ucraina orientale e proteste nonviolente (Marzo)

 

Dal gennaio 2005 l’Ucraina è stata monopolizzata da due personaggi: Viktor Juscenko, filo-occidentale e il politico filo-russo Viktor Janukovyc, leader del Partito delle regioni. Juscenko vinse le elezioni del 26 dicembre, sospinto dalla mobilitazione popolare della Rivoluzione Arancione. Dal 2005 al 2010, Juscenko fu Presidente della Repubblica. In quegli anni, l’Ucraina si avvicinò molto all’Occidente, preoccupando sempre di più Mosca. Pertanto alle elezioni presidenziali del 2010, la Russia appoggiò Janukovyc, che vinse, al ballottaggio, contro la Tymosenko. Con Janukovyc il potere si è fatto più autoritario e l’Ucraina si è avvicinata maggiormente alla Russia, senza però abbandonare l’aspirazione a entrare in Europa. Ma le troppe prudenze europee hanno portato il Presidente a rifiutare di firmare un accordo di associazione dell’Ucraina all’Europa, fondamentale per la sopravvivenza economica del Paese. Questa, assieme ad altre motivazioni, è stata la causa scatenante delle proteste popolari che hanno portato, nel novembre 2013, all’occupazione da parte dei “manifestanti filo-europei” della Piazza di Indipendenza Maidan – gigantesco “capolavoro” dell’architettura staliniana – nel centro di Kiev. Nel gennaio 2014 gli scontri di piazza si sono fatti aspri per la repressione sempre più dura e le barricate più alte e meglio organizzate. Si contano alla fine circa 150 morti e più di 1000 feriti. In questo contesto si sono innestate diverse iniziative autenticamente nonviolente, particolarmente da parte delle donne e delle chiese. Il 22 febbraio i manifestanti chiedono le dimissioni di Janukovyč che, ormai circondato, fugge dalla capitale, rifugiandosi vicino al confine russo. L’atmosfera nel paese si va surriscaldando. La politica ucraina mostra uno straordinario trasformismo che non permette ai cittadini e agli osservatori occidentali di capire quali siano realmente le forze in gioco. Alcune confederazioni sindacali ucraine hanno affermato, in questo delicato frangente della vita del paese, tutto il senso ed il valore della nonviolenza e del dialogo, proponendo il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici quale forza pacifica ed elemento decisivo per la soluzione delle controversie, l’affermazione della democrazia e la costruzione di un futuro in Europa per tutti i cittadini dell’Ucraina. Come sempre, dai media non traspare, ma sono molti i componenti delle società civili ucraina e russa che rifiutano la soluzione militare del conflitto e sono impegnati per la costruzione di una società democratica, pluralista e non oligarchica. Nella fotografia un uomo a piazza Maidan suona il pianoforte davanti all’esercito.

 

 

Israele-Palestina: non solo lotta armata (Aprile)

 

Non sembrerebbe, ma la lotta armata che oppone palestinesi e israeliani, non ha costituito nei decenni l’unica categoria di “confronto” tra i due soggetti. Ci sono i pacifisti veri, quelli che credono che la nonviolenza sia l’unico modo di risolvere i conflitti. Per fare alcuni esempi tra tanti, Neve Shalom Wāħat as-Salām è un villaggio cooperativo abitato da arabi palestinesi ed ebrei israeliani, fondato da Bruno Hussar nel 1972 a ovest di Gerusalemme, per dimostrare che è possibile la coesistenza pacifica tra le due etnie sulla base di una mutua accettazione. Molti arrivano a una scelta di nonviolenza in seguito a esperienze di vita esattamente opposte, come militanti palestinesi e soldati israeliani. È il caso di Combatants for Peace, la cui principale attività consiste nell’educare i giovani, usando se stessi come esempi da non seguire e, in Israele, di Refusal to serve in the IDFR, un fenomeno sociale in cui i cittadini si rifiutano di prestare servizio nelle Forze di Difesa Israeliane, disobbedendo agli ordini per motivi di pacifismo, antimilitarismo, filosofia religiosa o disaccordo politico. La difesa del diritto all’istruzione viene considerata tra le priorità per l’edificazione della pace. Il Comitato Popolare delle colline a sud di Hebron, attraverso l’esercizio quotidiano di azioni nonviolente, riesce ad ottenere piccoli ma significativi risultati: salvare la costruzione di un asilo o costruire tende per proteggere gli scolari. Young Against Settlements organizza campagne e manifestazioni di protesta contro la confisca delle terre in Palestina. Nel 2003 il fondatore, assieme ad altri quattromila studenti ha riaperto coraggiosamente le porte dell’Università contro il volere dell’esercito israeliano, il risultato è stato enorme. Ci sono anche i movimenti ambientalisti e poi attivisti stranieri che sposano la causa israelo-palestinese anche a costo della propria vita come Rachel Corrie e Vittorio Arrigoni. Un grande contributo proviene dalle chiese cristiane di varia confessione, ognuna delle quali sostiene un progetto di pace. E poi c’è il MIR (IFOR.org) che fin dal 1975 informa i propri partecipanti circa la natura del conflitto e promuove la riconciliazione tra le persone. Questo sforzo si inserisce nel quadro di resistenza a tutte le forme di militarismo, razzismo e ingiustizia economica attraverso la creazione di un sostegno internazionale per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. L’IFOR (MIR) è inoltre presente con le proprie sezioni nazionali e con diversi centri per la Pace, sia in Palestina che in Israele.

 

 

 

Protesta di Piazza Thienanmen (Maggio)

 

La protesta di piazza Tienanmen fu una serie di dimostrazioni guidate da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese tra il 15 aprile e il 4 giugno 1989. Simbolo della rivolta è considerato il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente che, da solo e completamente disarmato, si parò davanti a una colonna di carri armati per fermarli: la fotografia di Jeff Widener che lo ritrae è popolare nel mondo intero ed è per molti un simbolo di lotta contro la tirannia. In Occidente l’avvenimento è conosciuto anche con il nome di Primavera democratica cinese. La protesta è avvenuta proprio nell’anno in cui si sono rovesciati i regimi comunisti in Europa. I dimostranti e gli oppositori al regime cinese fecero conoscere la verità ai paesi esteri, mostrando quali siano veramente l’informazione e il governo cinesi. Inoltre le dimostrazioni di Tienanmen infervorarono ancor di più gli animi dei protestanti europei, dando nuovo slancio alle rivolte contro i regimi socialisti e comunisti; in seguito le manifestazioni europee portarono alla distruzione del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, evento che segna ufficialmente la fine della guerra fredda, avvenuta nel 1991.

L’evoluzione della protesta si può ripartire attraverso cinque episodi: il lutto, la sfida, la tregua, il confronto, il massacro.

In Occidente la protesta di piazza Tienanmen viene considerata un evento fondamentale e importantissimo del XX secolo, ma in Cina e in generale nell’Oriente le tracce di questo episodio sembrano essere state cancellate e il solo parlarne, specialmente in Cina, è un vero e proprio tabù. Questa forma di dittatura esercitata dal Partito Comunista Cinese, che si estende anche alla propaganda e al controllo pressoché totale dei mass media, diventa piuttosto evidente durante i vari 4 giugno (il giorno del massacro), che vengono commemorati dai manifestanti scampati al massacro e da chi li avrebbe voluti supportare; dal 1989 la festa viene celebrata dalla popolazione con marce o fiaccolate. Durante questa giornata, i mezzi di comunicazione e le autorità militari cinesi tengono d’occhio sia internet, sia i dissidenti relegati agli arresti domiciliari, sia le persone che decidono di scendere nelle strade per commemorare pubblicamente il giorno della protesta di piazza Tienanmen.

 

 

Primavera araba (Giugno)

 

Primavera araba è un termine di origine giornalistica utilizzato perlopiù dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait. Le vicende sono tuttora in corso nelle regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa.

Le proteste, che hanno colpito paesi riconducibili in vario modo all’universo arabo ma anche esterni a tale circoscrizione come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali 2009-2010 (noto lo slogan Where is my vote?), hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile non armata, così come l’uso di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare certi eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale. Alcuni di questi moti, in particolare in Tunisia ed Egitto, hanno generato un cambiamento di governo, e sono stati denominati rivoluzioni. Tutte le rivolte si sono svolte con l’apporto decisivo di Gene Sharp, professore dell’università di Harvard, ora dell’Einstein Institute, e della sua opera di divulgazione delle tecniche della nonviolenza Come abbattere un regime. I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e delle condizioni di vita che spesso rasentano la povertà estrema. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari è da considerarsi tra le principali ragioni del malcontento, essa minaccia l’equilibrio mondiale in ordine all’alimentazione di larghe fasce della popolazione nei paesi più poveri, generando una crisi paragonabile a quella alimentare mondiale del 20072008. Ad oggi, quattro capi di stato sono stati costretti alle dimissioni o alla fuga: nel 2011 Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, in Libia Muammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, è stato catturato e ucciso dai ribelli estremisti e nel 2012 Ali Abdullah Saleh nello Yemen.

 

 

Proteste di Gezi Parki a Instanbul (luglio)

 

Le proteste in Turchia del 2013 sono una serie di manifestazioni di dissenso nei riguardi del governo di Recep Tayyip Erdoğan iniziate il 28 maggio 2013.

Le proteste hanno avuto origine da un sit-in di una cinquantina di persone che manifestavano nonviolentemente contro la ricostruzione in stile ottomano della Caserma Militare Taksim, demolita nel 1940, al posto uno dei pochi spazi verdi presenti nella parte europea di Istanbul, il bellissimo Parco Gezi a piazza Taksim. Il piano terra del nuovo edificio ricostruito avrebbe dovuto ospitare un centro commerciale, i piani superiori degli appartamenti di lusso. Tale protesta ha avuto risonanza nazionale dopo che i manifestanti sono stati attaccati dalla polizia e ciò ha portato ad ampliare il motivo del dissenso verso istanze politiche più generali, dando infine vita a manifestazioni in tutto il Paese represse violentemente dal governo. L’indignazione causata da un uso sproporzionato della forza nei riguardi di un movimento pacifico, ha esteso il dissenso oltre i confini nazionali, con manifestazioni contro Erdoğan in paesi di tutto il mondo e la critica della comunità internazionale espressa anche per vie ufficiali, come nel caso dell’Unione europea, dell’ONU e degli Stati Uniti. Le squadre antisommossa impiegate dal governo si sono contraddistinte per un atteggiamento ai limiti della legalità, con uso massiccio di spray al peperoncino su persone inermi, lanci di gas lacrimogeno ad altezza d’uomo e l’aggiunta di urticanti all’acqua dei TOMA (camion muniti di idranti). Il bilancio attuale è di 9 morti e oltre 8163 feriti, rende questo uno degli avvenimenti più drammatici della storia della Turchia moderna. Numerosissimi anche gli arresti, con eclatanti blitz per arrestare avvocati e medici che assistevano i manifestanti. Secondo fonti governative, più di 900 persone sono state prese in custodia, in più di 90 manifestazioni in 48 province. Anche il critico, linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky ha dato il proprio sostegno al movimento, che si è definito come un chapuller, dal termine turco “çapulcu” (tradotto approssimativamente con “ladro”, “saccheggiatore” o “vagabondo”) usato dal Primo ministro Erdoğan per stigmatizzare in maniera spregiativa i manifestanti. Anche Cem Boyner, Presidente del Boyner Group, ha fornito il proprio sostegno al movimento.

 

 

Rivoluzione degli ombrelli ad Hong Kong (agosto)

 

Nel settembre del 2014, gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong hanno protestato davanti la sede del governo e hanno occupato diversi importanti incroci della città e le strade principali contro la decisione del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo sulla riforma elettorale proposto per le prossime elezioni locali del 2017. Il Comitato avrebbe richiesto l’intervento di un altro comitato per pre-approvare le nomine di massimo tre candidati alle prossime elezioni, prima di procedere alla votazione che coinvolge la popolazione generale, minacciando la garanzia democratica. Dopo le elezioni, il capo dell’esecutivo locale eletto avrebbe poi ancora bisogno di essere formalmente nominato dal governo centrale prima di assumere ufficialmente la carica.

La federazione degli studenti di Hong Kong e il movimento studentesco Scholarism hanno violato una barriera di sicurezza e sono entrati nella piazza di fronte al complesso governo centrale, in cui, da luglio era stato vietato l’ingresso pubblico. La polizia aveva transennato i manifestanti all’interno del cortile e limitato il loro movimento durante la notte, al fine di rimuoverli con forza il giorno dopo. Tra questi il leader degli studenti Joshua Wong, che è stato arrestato temporaneamente. Il movimento Occupy Central ha annunciato che avrebbe iniziato la campagna di disobbedienza civile immediatamente. I giorni successivi i manifestanti hanno marciato su Harcourt Road, procedendo ad occupare anche la Queensway, bloccando entrambe le arterie est-ovest a nord dell’isola di Hong Kong. Dopo diverse ore di stallo, la polizia ha cercato di disperdere la folla con spray al peperoncino, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, e ha avvertito che avrebbe aperto il fuoco con proiettili di gomma se i manifestanti non avessero desistito.

Il punto centrale delle proteste mira a preservare ed estendere quella autonomia sulla quale cinesi e inglesi trovarono un accordo negli anni Ottanta del Ventesimo secolo. Un’autonomia che si deve articolare su un equilibrio essenzialmente liberal-democratico, ma che è ampiamente condizionato dall’incombenza del regime comunista. Una dura repressione delle proteste influenzerebbe pesantemente la già compromessa immagine del governo di Pechino nel sistema di relazioni internazionali.

Nella fotografia uno studente durante la manifestazione chiede alla propria ragazza di sposarlo.

 

 

Solidarnosc (settembre)

 

Solidarnosc, Sindacato Autonomo dei Lavoratori “Solidarietà”, è un sindacato fondato in Polonia nel settembre 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e guidato inizialmente da Lech Walesa (premio Nobel per la pace nel 1983 e successivamente presidente della repubblica negli anni 19901995).

Nel corso degli anni ottanta Solidarnosc ha agito inizialmente come organizzazione sotterranea, ma presto si è imposta come movimento di massa e luogo fondamentale di incontro delle opposizioni di matrice cattolica e anticomunista al governo centrale. La sua fondazione ha costituito un evento fondamentale nella storia non solo polacca, ma dell’intero blocco comunista.

Più fattori sono alla base del suo successo iniziale: il supporto di un gruppo di intellettuali dissidenti Comitato di Difesa degli Operai, ma soprattutto la scelta nonviolenta e la capacità di far leva sul sentimento cattolico del popolo polacco. Nato sulla base di diversi comitati di sciopero, ha nel tempo aggregato molte altre associazioni venendo a costituire una federazione di sindacati. Alla fine del 1981 contava già nove milioni di iscritti. Attraverso scioperi, contestazioni e altre forme di dissenso politico e sociale, attuate sempre nel rispetto della scelta nonviolenta, Solidarnosc mirava a destabilizzare il monopolio del partito unico di governo. Nel 1989 il movimento venne riconosciuto ufficialmente e poté partecipare alle elezioni parlamentari, riscuotendo una schiacciante vittoria e stimolando la nascita di rivoluzioni pacifiche negli altri paesi del blocco comunista. Alla fine dell’agosto 1989 iniziò a guidare una coalizione di governo e Lech Walesa, divenuto capo dello stato l’anno successivo, si dimise dalla guida del movimento.

Lo scorso 30 marzo il sindaco di Palermo ha conferito la cittadinanza onoraria all’ex presidente della Polonia per il suo costante impegno per la promozione ed il riconoscimento dei diritti umani.

 

 

Occupy Wall Steet (ottobre)

 

Occupy Wall Street, «occupiamo Wall Street», è un movimento di contestazione pacifica, nato il 17 settembre 2011 per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, che si è concretizzato in una serie di dimostrazioni nella città di New York presso Zuccotti Park. Il nome del movimento assume Wall Street quale obiettivo simbolico, in quanto sede della Borsa di New York ed epicentro della finanza mondiale. I partecipanti alla dimostrazione manifestano principalmente contro l’iniquità economica e sociale sviluppatasi a seguito della crisi economica mondiale, ispirandosi alle sommosse della primavera araba, in particolare alle proteste tunisine. Dimostrazioni simili si sono svolte in altre 70 città degli Stati Uniti e di seguito anche in Canada, Australia, Regno Unito a Londra e in Italia.

Lo slogan OWS, “Noi siamo il 99%”, si riferisce alla disparità di reddito e distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti tra l’1% più ricco e il resto della popolazione. Per raggiungere i loro obiettivi, i manifestanti hanno agito su decisioni ottenute per maggioranza di consenso nell’ambito di assemblee generali. Successivamente i manifestanti hanno rivolto la loro attenzione alle banche, occupando sedi aziendali, consigli di amministrazione, case pignorate, e campus universitari. Tra le richieste di OWS la riduzione dell’influenza delle corporazioni sulla politica, la distribuzione più equilibrata del reddito, nuovi e migliori posti di lavoro, la riforma bancaria, l’adozione di misure che agevolino per gli studenti indebitati. Nicholas Kristof del New York Times ha osservato: “contro gli allarmisti che sostengono che il movimento è una ‘mafia’ che cerca di rovesciare il capitalismo, al contrario, qui si evidenzia la necessità di ripristinare principi capitalisti base di uguaglianza come responsabilità dei governi”.

 

 

Primavera di Praga (novembre)

 

La Primavera di Praga è stato un periodo storico di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia durante il periodo in cui era sottoposta al dominio dell’Unione Sovietica, dopo gli eventi della seconda guerra mondiale. Essa è iniziata il 5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere, e continuò fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del Patto di Varsavia invase il paese. Le riforme della Primavera di Praga furono un tentativo da parte di Dubček di concedere ulteriori diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia e alla democratizzazione. Le libertà concesse inclusero inoltre un allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento. Ma molti cambiamenti non furono assecondati dai sovietici che, dopo il fallimento dei negoziati, inviarono migliaia di soldati e carri armati del Patto di Varsavia ad occupare il paese. Le proteste nonviolente furono all’ordine del giorno, tra cui la protesta-suicidio di uno studente, Jan Palach che il 16 gennaio 1969 si recò in piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Rimase lucido durante i tre giorni di agonia. Ai medici disse d’aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam tra i quali il caso di Thich Quang Duc fu quello che attirò l’attenzione mondiale. Al suo funerale, il 25 gennaio, parteciparono 600 000 persone, provenienti da tutto il Paese. Jan Palach decise di non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri e i suoi ideali), che tenne in un sacco a tracolla molto distante dalle fiamme. La primavera di Praga ha ispirato la musica e la letteratura, come le opere di Václav Havel, Karel Husa, Karel Kryl e il romanzo di Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’essere. In Italia l’evento fu messo in musica dal cantautore Francesco Guccini (1970). La canzone, dal titolo Primavera di Praga, fu cantata e incisa anche dal complesso musicale I Nomadi.

 

 

Rivoluzione Zafferano (dicembre)

 

Con il termine “Rivoluzione Zafferano” si è soliti designare le manifestazioni anti-governative che hanno coinvolto la Birmania a partire dal 18 settembre 2007. La protesta, condotta con metodi nonviolenti soprattutto dai monaci buddisti e da attivisti dell’opposizione democratica, ispirati dalla dissidente e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, aveva lo scopo di obbligare la giunta dittatoriale al potere ad un’apertura democratica ed al rispetto dei diritti umani. Il movimento si è ispirato anche all’insegnamento di Thich Nhat Hanh che nel 1964, durante la guerra del Vietnam, ha dato vita al movimento di resistenza nonviolenta dei “Piccoli Corpi di Pace”. Le proteste, talvolta soffocate dalla giunta militare con arresti e minacce, hanno ottenuto il sostegno unanime della stampa e della politica occidentale, ed hanno coinvolto l’opinione pubblica protagonista di sit-in in molte capitali.

Il termine Rivoluzione Zafferano è un richiamo alle Rivoluzioni colorate, serie di proteste nonviolente che hanno caratterizzato alcuni stati post-sovietici. Il colore Zafferano è stato scelto in riferimento alle vesti dei monaci che hanno condotto la protesta. La Rivoluzione Zafferano ha in comune con le rivoluzioni colorate le richieste di democrazia e la forma nonviolenta, ispirata anche agli scritti gi Gene Sharp tradotti in birmano ed in cinque dialetti locali.

L’organizzazione di una opposizione democratica in Birmania si è rivelata difficoltosa, visto l’uso del terrore, della tortura, di intimidazioni e di censura, operato della giunta militare. Tuttavia gli sforzi degli attivisti pro-democrazia sono stati sostenuti attivamente dall’occidente e da diverse organizzazioni non governative.

I monaci protestavano pregando e cantando: chiedendo il taglio del prezzo della benzina, la riconciliazione nazionale e la liberazione di tutti i membri dell’opposizione agli arresti. L’esercito subì numerosi casi di diserzione, dato che alcuni reparti dell’esercito si erano rifiutati di reprimere le marce dei bonzi durante le proteste. L’esercito birmano avrebbe arruolato nelle sue fila anche soldati-bambini e al di sotto dei dieci anni, anche comprandoli. Gli acquisti venivano perpetrati con minacce ai danni delle famiglie più povere, che erano costrette ad abbandonare i propri figli sotto la minaccia dell’arresto. Tutto ciò ha suscitato le dure reazioni delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti dell’infanzia. La manifestazione aveva mobilitato l’intero Paese e ha portato in piazza per diversi giorni circa 300mila persone.

 

calendario 2014

 

Danilo DOLCI (1924-1997)

Dopo aver vissuto nella comunita’ cristiana di Nomadelfia, si trasferisce nel ’52 a Trappeto (PA), “il paese piu’ misero che aveva visto”. Li’ opera con metodi nonviolenti contro la mafia e in difesa dei piu’ poveri, arrivando a digiuni ad oltranza. Nel ’58 fonda a Partinico il Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione. Da alcuni anni si occupa prevalentemente di corsi di educazione alla nonviolenza e alla pace per insegnanti. Il C.S.I. (Centro Studi Iniziative) e’ in Largo Scalia 1, 90047 Partinico (PA). Tra i suoi libri: “Inventare il futuro” (Laterza), “Dal trasmettere al comunicare” (Sonda).

 

Gandhi (1869-1948)

Si laureo’ in Inghilterra diventando avvocato. Dal 1893 al 1914 visse in Sudafrica applicando le tecniche della nonviolenza alle lotte per l’uguaglianza razziale e sociale. Nel 1919 inizio’ in India la lotta nonviolenta, basata sulla non-collaborazione e la disobbedienza civile, per l’indipendenza del Paese dal dominio inglese, che fu conquistata nel 1947. Gandhi lotto’ contro l’odiosa suddivisione in caste della societa’ indiana. Delle comunita’ religiose e nonviolente da lui fondate facevano parte anche gli appartenenti all’ultimo gradino sociale, ossia gli “intoccabili”. Tra i suoi libri: “La mia vita per la liberta’” (Newton), “Teoria e pratica della nonviolenza” (Einaudi).

 

 

Martin Luter KING (1929-1968)

Giovane pastore della Chiesa Battista nel sud degli USA guido’ la lotta delle popolazioni nere per i propri diritti. Ecco un esempio: nel 1955 Rosa Parks, una sarta nera di Montgomery, fu imprigionata per essersi rifiutata di cedere il posto in autobus ad un giovane bianco. King allora organizzo’ il boicottaggio degli autobus da parte dei neri, che duro’ 382 giorni, e che si concluse con l’abolizione della segregazione sui mezzi pubblici. Dopo aver promosso nel ’63 una manifestazione di 250.000 persone, venne discussa una legge per l’uguaglianza dei diritti civili (approvata l’anno seguente). Nel ’64 gli fu assegnato il Premio Nobel per la pace. Fu assassinato a Memphis nel 1968. Tra i suoi libri: “Marcia verso la liberta’”, “La forza di amare” (ed.SEI).

 

 

Don Lorenzo MILANI

Viceparroco di S.Donato, in Toscana, lavoro’ con gli operai e i piu’ poveri. Ne derivo’ il libro “Esperienze pastorali”, la cui diffusione – in un primo tempo permessa – fu poi vietata dalla Chiesa. Venne trasferito per punizione nello sperduto paesino di Barbiana, dove non arrivavano ne’ strade ne’ luce elettrica. Li’ fondo’ una scuola a tempo pieno per i pochi ragazzi del posto che divenne famosa e meta di pellegrinaggio umano e culturale. Scrisse una lettera in difesa di alcuni obiettori di coscienza calunniati da un gruppo di cappellani militari. Per questa lettera fu processato, assolto nel ’67 e condannato nel ’68 in appello, dopo la sua morte avvenuta il 26 giugno 1967. Dall’impegno sociale e umano della scuola di Barbiana e’ nata “Lettera ad una professoressa”. E’ stato inoltre pubblicato l’opuscolo “L’obbedienza non e’ piu’ una virtu’”(edizioni LEF, Firenze), un classico del pensiero di don Milani, che contiene la lettera incriminata e la sua autodifesa al processo.

 

Malala Yousafzai

 

Malala Yousafzai (Mingora, 12 luglio 1997) è una studentessa e attivista pakistana. È la più giovane candidata al Premio Nobel per la pace.

 

È nota per il suo attivismo nella lotta per i diritti civili e per il diritto allo studio delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat, dove un editto dei talebani ne ha bandito il diritto.

All’età di tredici anni è diventata celebre per il blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne, e la loro occupazione militare del distretto dello Swat. È stata nominata per l’International Children’s Peace Prize, premio assegnato da KidsRights Foundation per la lotta ai diritti dei giovani ragazzi.

Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola.Ricoverata nell’ospedale militare di Peshawar, è sopravvissuta all’attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, sostenendo che la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; il leader terrorista ha poi minacciato che, qualora sopravvissuta, sarebbe stata nuovamente oggetto di attentati. La ragazza è stata in seguito trasferita in un ospedale di Londra che si è offerto di curarla.

Il 1 febbraio 2013 è apparsa la notizia che il partito laburista norvegese ha promosso ufficialmente la candidatura di Malala al Premio Nobel per la Pace 2013.

Il 12 luglio 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, parla al palazzo delle nazioni unite a New York, indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto e lanciando un appello all’istruzione dei bambini di tutto il mondo.

Il 10 ottobre 2013 è stata insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. L’annuncio è stato dato dal presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che lo ha motivato dicendo che è una ragazza eroica.

 

 

Aung San Suu Kyi

 

Aung nasce nel 1945, figlia di due importanti figure politiche del suo Paese, la Birmania. Il padre era stato un protagonista dell’indipendenza, mentre la madre, dopo l’uccisione del marito, era stata ambasciatrice in India. Proprio nella terra di Gandhi cresce e studia la giovane Suu Kyi che inizia a conoscere la filosofia e la concezione del mondo di Gandhi. Nel 1967 consegue la laurea ad Oxford, dove nel frattempo si è trasferita. Cinque anni dopo è a New York, dove inizia a lavorare per l’ONU. Lì conosce il tibetologo Micheal Aris, che nel 1973 diventa suo marito e padre dei suoi due figli: Alexander e Kim.

Il ritorno in Birmania

Nel 1988 Suu Kyi scopre che la madre è molto malata e rientra in patria per accudirla. Quasi contemporaneamente il generale Saw Maung conquista il potere , istaurando un regime militare, lo stesso che è tuttora al governo della Birmania, oggi divenuta Myanmar. Suu Kyi si schiera immediatamente contro il nuovo esecutivo, adottando i metodi non violenti di Gandhi. Alla fine di settembre  ‘88, fonda la Lega Nazionale per la Democrazia, ma dopo neanche un anno viene messa agli arresti domiciliari. Il regime aggiunge una clausola: se emigra può ritenersi libera, ma non potrà più mettere piede in Birmania.

Ovviamente la donna rifiuta e nel 1990 il Paese va al voto. La Lega Nazionale per la Democrazia vince, ma il regime annulla la consultazione. Proprio in virtù dell’ennesima violazione e a coronamento della sua lotta, nel 1991 arriva il Premio Nobel. Quattro anni dopo le vengono revocati i domiciliari, ma non le viene restituita completamente la libertà: non può viaggiare, né ricevere la visita dei suoi parenti. Nel 1999 il marito, malato di cancro, la lascia senza che lei abbia potuto rivederlo.

Nel 2002 arriva una piccola buona notizia: grazie alle pressioni internazionali, aumenta la sua libertà. Ma è solo un preludio alla tempesta. Il 30 maggio del 2003 è vittima di un attentato dal quale si salva per miracolo, ma che costa la vita a molta gente. Il regime la rispedisce ai domiciliari. Suu Kyi inizia ad avere problemi di salute e il suo caso diventa di dominio mondiale, anche se la Giunta Birmana sembra immune da influenze esterne. Nel settembre del 2007, i bonzi (monaci buddhisti) scendono in piazza per protestare contro la Giunta. Anche loro ricorrono soltanto a mezzi pacifici, ma la reazione del potere è al contrario molto violenta. L’eco internazionale è talmente assordante che anche l’ONU è costretta a intervenire: Ibrahim Gambari, viene inviato come rappresentante per controllare cosa stia accadendo.

Probabilmente  per darsi una nuova immagine positiva, Il 9 novembre 2007, il regime autorizza Suu Kyi a lasciare la sua casa e a incontrare i rappresentanti politici del governo e del suo partito che ormai non vede da anni. Sembra che le cose si stiano lentamente rasserenando, quando accade un fatto imprevisto.

È il maggio del 2009 e un reduce del Vietnam, John William Yettaw, nuota fino alla casa della politica per consegnarle una Bibbia. L’uomo soffre di disturbi psichici e gli Usa gli hanno riconosciuto l’invalidità al 100%. Per il regime è un invito a nozze: Suu Kyi è accusata di violazione dei domiciliari. Nuovamente condannata, la leader dovrà rimanere ancora 18 mesi agli arresti.

Nel 2010 si tengono le elezioni, che tutto il mondo bolla come un’autentica farsa. Suu Kyi non può partecipare. Il 9 novembre 2010 la Giunta militare mostra i risultati:  il partito al potere ha ottenuto l’80% dei voti. Dopo questa vittoria, sentendosi tranquillo, il regime libera Suu Kyi. È il 13 novembre 2010

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