CHE COS’E’ LA NONVIOLENZA


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DELLA NON VIOLENZA ATTIVA

Semplice ma sottile

La nonviolenza è cosa semplice, ma sottile.
Difficile da applicare, addirittura da afferrare, che è del tutto estranea alle abitudini comuni.
Ma la difficoltà diviene insormontabile quando si è convinti di averla colta a pieno, quando pare evidente che essa consista nel rifiutare qualsiasi scontro e nel tenersi prudentemente al riparo dalle botte.
Noi ci sforzeremo, in tre definizioni, di individuare le sue caratteristiche essenziali:

1. Non violenza: Soluzione dei conflitti.
2. Non violenza: Forza della Giustizia.
3. Non violenza: Leva della Conversione

1. La soluzione dei conflitti

La prima cosa che colpisce in questa prima definizione è che si può parlare di non violenza solo ove vi sia conflitto, che non si po’ chiamare non violento colui che si mette al riparo mentre il mondo brucia. Colui che se ne vive tranquillo magari è non violento, però non se ne sa nulla. Lo si saprà il giorno in cui scoppia un conflitto e in cui lo si vedrà risolvere il conflitto, senza ricorrere alla costrizione o all’astuzia.
Perché la non violenza è dire alla violenza: no !
Alla violenza e soprattutto alle sue forme più virulente che sono l’ingiustizia, l’abuso e la menzogna.
Ora, di fronte al conflitto, quali sono gli atteggiamenti possibili ? Noi ne vediamo quattro, di primo acchito.

Il primo è di stornare la testa ed eludere la questione, soprattutto se non siamo attaccati direttamente, giacché, come ben sapete, “abbiamo sempre coraggio sufficiente per sopportare i mali altrui” (Chamfort).

Tutto sommato, questa faccenda non ci riguarda. Rimaniamo neutrali e del resto non rimaniamo nemmeno, svicoliamo discretamente.
Il secondo atteggiamento è di lanciarsi coraggiosamente nella bagarre, rendere colpo per colpo, e due per uno se ci riesce.

Il terzo è di alzare i tacchi e girare l’angolo al più presto.

Il quarto è di alzare le mani, cadere in ginocchio, implorare grazia, invocare la clemenza di Augusto, in poche parole: capitolare.

Voi vedete un quinto atteggiamento possibile ?

Il quinto ed ultimo ricorso

Il quinto atteggiamento è la non violenza. Il quinto atteggiamento esclude altresì gli altri quattro.
Ripeto: Esclude altresì gli altri quattro.
Esclude la neutralità,
Esclude la baruffa,
Esclude la fuga,
Esclude la capitolazione.
Bene! Ci siete ?
Ci siamo, sì, però ci troviamo in un bel imbarazzo.
Perché se non devo né battermi, né non battermi, né fuggire, né arrendermi, allora cosa devo fare ?
Capisco il vostro imbarazzo. Per tirarvene fuori basta che consultiate il manuale.
Il manuale è facile da trovare. Non dovete far altro che sfogliarlo e cercare la pagina. Il manuale si chiama il Vangelo. Avete presente ?
Sì. E cosa dice il Vangelo in merito alla legittima difesa, alla punizione dei ladri e degli scellerati, all’onore della Patria, alla salvaguardia della Civiltà Cristiana e alle buone e belle ragioni e necessità della guerra e della pena di morte ?
“A chi ti percuote su una guancia, porgi anche l’altra”.
“A chi ti porta via il mantello, non impedire di prenderti anche la veste”.
“Se ti costringono a fare cento passi, tu fanne duecento”.
Bene! Adesso ci siete perché è perfettamente chiaro. E sapete a memoria queste parole del Vangelo in quanto siete cristiani, o perlomeno ci sono dei cristiani tra voi, e avete sempre vissuto in mezzo a dei cristiani.
Ne concludo che fate così.
Che mai fate altrimenti.
Che mai avete visto un cristiano fare altrimenti.
Poiché chi fa diversamente non è un cristiano.
Non sono io a dirlo, è Cristo:

“Se amate quelli che vi amano, se salutate quelli che vi salutano, se prestate denaro a quelli che ve lo restituiranno (con un piccolo interesse), cosa fate di più di quel che fanno i pagani ?”.

Non c’è dubbio, voi fate così!
E osservo subito che facendo questo,
Non restate neutrale.
Non picchiate e non minacciate.
Non fuggite e non indietreggiate.
Tenete duro, avete in mano il vostro nemico, non lo mollerete fintanto che il conflitto non è risolto.
Avete quindi effettivamente trovato la quinta cosa da fare, cosa talmente nuova, talmente originale, talmente ardita, che la gente rimane a bocca aperta.
Resta da spiegare alla gente perché fate così. Fa fatica a capire. Potrebbero credere, poverini!, che siate un vizioso e che vi piaccia beccarvi due schiaffoni al posto di uno.

Perché devo prendere il secondo schiaffo

{…} Cercate di spiegarglielo alla gente, di spiegare perché fate così.
E dite loro innanzitutto che di rado avete incontrato un cattivo sufficientemente prode e perseverante nella cattiveria da approfittare indefinitamente dell’occasione e dell’impunità. Che vi è addirittura capitato di vedere dei furibondi arrestarsi come fulminati. Spiegate loro perché.
Faccio questo perché so che il mio nemico è un uomo.
Un uomo, capite, un uomo!
Bah! Non c’è bisogno di urlare così: questo lo sanno tutti.
E’ da vedere! Voi lo sapete perché è evidente, ma soprattutto perché siete tranquillamente seduti su una sedia.
Però nel fuoco del conflitto, quando il sangue vi sarà montato alla testa, l’evidenza non si ribalterà di colpi? E il vostro nemico non vi fornirà lui stesso la prova lampante che è una bestia nociva, un mostro, un demonio?
E’ forse rabbioso, accanito, il vostro nemico e dotato di una forza irresistibile, però ben più difficile da vincere, più rabbiosa, più accanita, la tentazione che proverete di considerarlo un bruto, un mostro, un demonio!
Non è adesso, è in quei momenti che bisogna sostenere la difficile verità che è un uomo, un uomo come me.
Se è uomo, lo spirito di giustizia è quindi in lui come in me.
Perché lo spirito di giustizia è in ogni uomo.
Perché la giustizia è semplice come due più due fa quattro. {…}
Attiro subito la vostra attenzione sulla forza di costrizione racchiusa nel semplice enunciato che due più due fa quattro. Giacché posti due più due, non dipende dalla mia buona o cattiva volontà, dal mio sapere o dalla mia ignoranza, dalla mia forza o dalla mia abilità, che il risultato sia diverso da quattro.
Orbene la mia causa deve essere giusta come due più due fa quattro, altrimenti la non violenza non può esserle di nessun ausilio. {…}

2. La nonviolenza forza della giustizia

Poiché siete difensore della Giustizia, e voglio credere che lo siate e sono almeno sicuro che volete esserlo, è meglio che vi chiediate se esiste una forza della Giustizia. Non sbagliatevi: dico proprio una forza della Giustizia e non una forza applicata in difesa della giustizia e giustificata per questa ragione.
Nemmeno parlo della forza che viene ai combattenti dalla convinzione di essere dalla parte dei giusti.
Io parlo di una forza inerente alla Giustizia stessa, di quella “forza di costrizione” che ho già dimostrato A più B, voglio dire due più due.

Da dove viene questa forza, i suoi effetti infallibili

{…} La giustizia è l’esattezza matematica negli atti ed è anche il concatenamento irresistibile della logica e le implacabili conclusioni pratiche della verità.
Ma se così stanno le cose, come si spiega che siano degli ingiusti e chi è il cattivo ?
Di fatto non ce ne sono. Almeno, non ce n’è uno che lo sia ai suoi propri occhi.
Tutti, a sentir loro, lavorano e lottano per la giustizia e cercano il bene, senza che di che non ci sarebbe né direzione, né motivo di agire. {…}
Il male non è un male, bensì un bene parziale preso per il bene totale, un bene immediato preso per il bene eterno.
Il contrario della giustizia non è l’ingiustizia, è la Parzialità.
Ogni male e ogni ingiustizia cominciano con l’errore: “Quando il pensiero è errato, ne consegue l’afflizione, come la ruota del carro segue il passo del bue”.{…}
Chi è dunque il cattivo ? Chi è quello che mi strappa i mie averi, che calpesta i miei diritti, che vuole la mia morte o quella dei miei cari ? Quell’essere, quel tanghero, quell’impudente, quello schifoso, quel traditore, quell’ipocrita, quel sacripante, quel freddo calcolatore, quel furfante, quella canaglia, insomma il mio nemico!
Chi è costui?
E’ un uomo che si sbaglia.

Questa constatazione è di grande importanza, è su di lei che poggiano le fondamenta della nonviolenza.
La prima conseguenza che si deduce da questa constatazione è che mi ritrovo dispensato dal doverlo odiare. In effetti sarebbe vano, ridicolo, inopportuno e assolutamente ingiusto odiare un uomo perché si sbaglia.
La seconda conseguenza è che io ho il dovere elementare e pressante di fargli aprire gli occhi.
Che di più naturale, del resto? Non è forse quel che facciamo tutti, spontaneamente, quando sentiamo qualcuno affermare qualcosa di sbagliato, anche quando non è a noi che ci si rivolge, anche quando ciò non ci riguarda ? Anche quando si tratta di una piccola inesattezza senza importanza per nessuno? E abbiamo ragione, perché la verità importa sempre, importa per se stessi, importa per tutti, è grazie a lei che viviamo ed esistiamo.
Ma quanto più ci importa qui correggere il malinteso, causa del conflitto e di ogni male!
La terza conseguenza è che ho davanti a me il mio compito e la mia battaglia come una pianta disegnata: devo far cadere una dopo l’altra le giustificazioni del mio nemico, le giustificazioni che lo difendono, che l’accerchiano e che l’accecano, fino a metterlo, solo e nudo, di fronte al suo stesso giudizio.
La Verità avrà ragione di lui.
Avrò trovato la soluzione del conflitto.

Forza della sofferenza accettata

Torniamo al Vangelo dell’uomo schiaffeggiato, poiché siamo in grado di capire meglio di cosa si tratta. Cosa vuol dire: “Porgi l’altra guancia”?
Vuol dire: “Spingi il tuo nemico a farti il doppio di male di quanto pensava”. Perché ?
Perché l’uomo che ti ha colpito ingiustamente sa in maniera confusa che era uno cosa ingiusta, almeno c’è qualcuno, al fondo di lui stesso, che lo sa e che egli si guarda bene dal lasciar parlare. Lo spirito di giustizia nascosto in fondo a lui aspetta che gli venga restituito lo schiaffo – ne ha bisogno – lo schiaffo reso giustificherebbe quello che ti ha dato e permetterebbe di rilanciare la lotta.
Ora, invece di ricervere lo schiaffo che si aspetta, si trova portato a raddoppiare, triplicare, quadruplicare il suo errore.
Regola tattica dell’azione nonviolenta: trascina e obbliga l’avversario a moltiplicare i misfatti.
E tu sopporta con pazienza, con costanza, con speranza.
Aspetta inflessibile che egli abbia accumulato un numero sufficiente di colpe e di ingiustizie perché nella sua anima oscura qualcosa si ribalti.

3. Nonviolenza: leva di conversione

Eccoci nel cuore dell’argomento: il rovesciamento dell’avversario è il vero fine della nonviolenza. Il fine e non il mezzo di pervenire al fine che ci si era fissato, per buono, utile e giusto che possa essere.
La conversione del nemico in amico, del cattivo in giusto, del tiranno in organizzatore equo e generoso, è il vero fine, mentre lo scopo che ci si proponeva di raggiungere (riparazione delle offese e dei danni, libertà, salvaguardia, pace) sarà solo il risultato e una conseguenza della concordia raggiunta. […]

Da cosa si riconosce il nonviolento ?
Dal fatto che è gentile e dolce? Dal fatto che dice sempre sì, sì?
Ebbene, no!
Dalla sua pazienza, dalla sua calma imperturbabile?
No, perché non basta, per essere nonviolento, non essere violento.
E’ nonviolento chi mira alla coscienza.
E se per colpire la coscienza dei furibondi solo la calma conviene, li stupirà con la sua umile serenità sotto gli insulti e se per scuotere gli inerti, vanno meglio le grida, le ingiurie e i colpi, troverà il coraggio della collera.
E’ capace di scherno e di provocazione se vede l’avversario rischiare di scambiare il rispetto che gli testimonia per adulazione e amabilità.
E’ capace di aggressione. La nonviolenza è più legittima e pura quando non è difensiva. Il nonviolento premedita il suo attacco e si mette in cammino, prende la nave o il treno per recarsi sul luogo in cui viene commessa l’atrocità o l’abuso e per portare la sua testimonianza, elevare la sua protesta, creare l’incidente o lo scandalo.
Il nemico lo si serve, lo si onora, lo si salva, combattendolo.
E il combattimento lo si porta fino in fondo, il che non è la vittoria, non è il bottino, è la riconciliazione.

In: Lanza del Vasto, Che cos’è la nonviolenza, Jaca Book, Milano 1978.

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