la storia di Vito Accardo: un renitente del Belice


 

Riportiamo la storia di Vito Accardo e del Comitato AntiLeva della Valle del Belice e delle loro lotte all’origine del riconoscimento dell’obiezione di coscienza e del servizio civile.

Un’idea ancora attuale di protezione civile che trovi origine nell’impegno nonviolento dal basso. Una lezione anche per i nostri giorni.

 

21 giugno 1970 assemblea popolare a Vita. Viene votato il seguente ordine del giorno:
1) Lo stato e i suoi governi sono fuorilegge perché non hanno iniziato la ricostruzione di Vita e di nessun altro paese del Belice.
2) Visto che lo stato è renitente non gli pagheremo piu tasse fino a quando la ricostruzione di tutti i paesi sarà finita, le dighe costruite, la terra irrigata, fino a quando non si farà un rimboschimento soddisfacente e non ci sarà lavoro stabile per tutti.
3) L’assemblea è solidale con i 19 denuncia ti del movimento antileva di cui sostiene l’azione e denuncia la repressione scatenata dai carabinieri.
4) Chiede l’immediata scarcerazione del concittadino Vito Accardo del comitato antileva, la cui unica colpa è di lottare contro i nemici della popolazione, della ricostruzione e dello sviluppo.

Dal diario in carcere

… alla periferia di Roma si trova il castello Forte Boccea adibito a carcere militare. Celle umide, strette e poco igieniche: il gabinetto è separato dalla stanza da un paravento di compensato. Attualmente ospita 70 detenuti, all’occorrenza il doppio, in dieci celle. La nostra vita procede nell’ozio più completo, per tre giorni la settimana si assiste alla TV, film e canzonette. Siamo al margine della vita sociale e politica. Un centinaio di libri di letteratura amena e innocua mira a eludere ogni problematica attuale. Un maestro carceriere si presenta due ore la mattina per quattro giorni la settimana, per quattro chiacchiere inutili. Ci procura film che tendono a rivalutare la fiducia nella giustizia e nello stato. Il direttore è un capitano, il vice un tenente, sette marescialli, tre sergenti maggiori e trentatré caporali. Il clima è teso ed esasperante. Il rancio insufficiente. Una stanza priva di attrezzature è l’infermeria. I due infermieri sono un perito tecnico e un insegnante di filosofia. Il tenente medico è presente due giorni la settimana per un’ora.
… si andò a dormire. Dopo un quarto d’ora un tonfo. Vedo sul pavimento due materassi che bruciano. M. in piedi fissa il falò. Ci alziamo tutti, tentiamo di avvertire il caporale di turno. M. prende lo scopone e ce lo impedisce. Estrae una lametta dalla tasca dei pantaloni. Cinque minuti sono passati. M. si lacera il ventre e le braccia con la lametta. È passato un quarto d’ora. Arriva il caporale e intima silenzio. Passarono altri 6 o 7 minuti, arrivano altri caporali, dicono di aver pazienza. Il fumo ha invaso la stanza, manca il respiro, bruciano gli occhi. M. col bastone non permette a nessuno di avvicinarsi. Arrivano il sergente e un maresciallo, confabulano tra loro. Dopo dieci minuti aprono, ma poi tentano di chiuderci la porta in faccia. Riesco ad uscire. Fuori dal fumo riprendo la lucidità. Rientro in cella e trascino fuori M. che nel fumo si dissanguava. I caporali e gli altri commentano, poi ci chiudono in un’altra cella.
… T.C. era scappato dalla caserma per visitare la madre ammalata dopo che gli era stata negata una licenza. È sposato, ha una bambina di pochi mesi, la famiglia l’ha in Germania. È uno degli emigrati di Forte Boccea. Era nervoso, rideva sguaiato e urlava cose incomprensibili. Dopo tre giorni in cella diede un gran pugno nel muro, poi nei vetri del cesso. Si mise a gridare e a dimenarsi in modo forsennato …

Lettera a Tanassi, ministro della Difesa, Roma

Signor ministro, sono un giovane del Belice, le ricordo che dopo quattro giorni e tre notti (dall’l al 4 giugno 1970 al bivio Pernice) di pressione non violenta portata avanti da noi giovani per ottenere gli interventi indispensabili per la nostra sopravvivenza, abbiamo avuto un incontro con lei a Palermo il 3-6-1970. Le abbiamo esposto i fatti per cui il governo italiano si è messo fuorilegge. Ci rifiutiamo di prestare il servizio militare per partecipare allo sviluppo della nostra terra. Lei ci assicurò di portare in governo i nostri problemi ancora insoluti, di concederci l’esonero e di provvedere per i giovani in possesso della cartolina precetto. Forte degli impegni da lei presi non mi sono presentato alla chiamata alle armi. La sua risposta è stata:
1) La mia incarcerazione a Forte Boccea.
2) L’arresto e la denuncia di 19 giovani che sostengono il nostro rifiuto.
3) Il boicottaggio delle decisioni (10.000 terremotati hanno firmato la piena corresponsabilità) prese in assemblee popolari, impegnando un migliaio di carabinieri a costringerci a partire.
La popolazione è già esasperata per il mancato rispetto degli impegni. Avrà sempre meno fiducia nelle istituzioni dello stato. Le ho scritto perché lei possa meditare e intervenire per non tradire gli impegni presi nei nostri confronti.
Forte Boccea, Roma 3-7-1970, firmato Vito Accardo

Lettera al tribunale militare territoriale, Roma

Signor Presidente, siamo difensori di Accardo Vito imputato dei delitti di mancanza alla chiamata e disobbedienza continua e domandiamo che V.S. ammetta a testimoni i Signori:
1) Nino Marchese, Villaggio Pace, S. Margherita Belice
2) Vito Bellafiore, sindaco di Santa Ninfa
3) Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina
4) Giuseppe Biundo, via Firenze, Partanna
5) Lorenzo Barbera, baracca M.L. King, Partanna
6) Francesco Calcaterra, baracca M.L. King, Partanna;
potranno illustrare la situazione esistente nel Belice, sono a conoscenza I delle ragioni che hanno indotto i giovani a formare il comitato antileva e potranno dire quali motivi hanno spinto l’accusato a commettere gli atti di cui è imputato.
7) On Salvatore Lauricella, ministro dei LL. PP., potrà confermare l’impegno preso per conto del governo in un incontro avvenuto il 10 maggio presso la casa comunale di Gibellina con il comitato antileva, perché i chiamati alle armi potessero impegnarsi nell’opera di edificazione del Belice anziché nel servizio militare.
8) On Mario Tanassi, ministro della Difesa, potrà dire di aver avuto il 3 giugno un incontro con l’accusato e con il comitato antileva e di essersi impegnato a dare immediate disposizioni affinché l’esonero dal servizio militare contep1plato dalle leggi vigenti fosse esteso ai giovani del Belice; inoltre potrà dire di essersi impegnato durante il medesimo incontro a presentare al consiglio dei ministri la proposta di varare una legge per l’esonero generalizzato dei giovani del 1950, 1951, 1952 e 1953 residenti nel Belice e a ritirare le cartoline precetto già recapitate a giovani del 20 contingente classe 1950.
Roma, 15-7-1970, firmato avv. Fausto Tarsitano, avv. Sandro Canestrini

Il processo (22-7-1970)

Il presidente del tribunale si opponeva all’ammissione dei testimoni siciliani, ritenendo che i fatti riguardo alla situazione del Belice erano notori anche alla corte e respingeva anche la testimonianza dei due ministri. All’apertura della udienza gli avvocati formulavano la richiesta di libertà provvisoria. La corte dopo due ore di camera di consiglio la concedeva. Nell’interrogatorio Vito esponeva per esteso i motivi del suo rifiuto. La requisitoria del P.M. cercava di sminuire la lotta e di far passare l’imputato come un facilone. La difesa sottolineava le condizioni della popolazione terremotata e affermava che giudicando colpevole l’imputato la corte avrebbe giudicato colpevole la popolazione del Belice e, di conseguenza, assolto e incoraggiato speculatori e politici fuorilegge. Vito veniva assolto dall’accusa di mancanza alla chiamata, ma veniva condannato a quattro mesi con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziario, per disobbedienza continuata.
Dopo la sentenza il presidente del tribunale dichiarava: “La tua è esperienza di un giovane colto e intelligente. Ora però devi fare il tuo servizio, affrontare le tue responsabilità. Ti presenterai alla scuola di Bracciano e starai attento a non commettere altri reati.”
La sera, il giornale radio e il telegiornale affermavano che Vito Accardo era stato scarcerato dopo aver accettato di indossare la divisa. La stampa riprendeva la notizia del processo, sottolineando la comunicazione finale del presidente del tribunale.
Vito non ha mai dichiarato di essere disposto a fare il servizio militare, ha sempre detto che non lo farà fin quando la popolazione del Belice sarà costretta ad emigrare e fino a quando non sarà completata la ricostruzione.

Dal documento finale dell’assemblea popolare di Vita (22-7-1970)

…chi processa Vito Accardo processa il Belice ed è nemico della ricostruzione e dello sviluppo dei nostri paesi. È lo stato che processa Vito sicuramente non a nome nostro né del popolo siciliano sfruttato; ma in nome dei padroni dello stato che sono i grandi capitalisti del nord, i loro ministri e servi. Si processa Vito ma non si condannano gli speculatori. Chi processa lo stato fuorilegge che non mantiene gli impegni presi per legge? E allora diciamo che lo stato lo processiamo noi perché non lo riconosciamo più come il nostro.

 

fonte: http://www.trapaninostra.it/libri/Belice_Lo_Stato_fuorilegge/Belice_Lo_Stato_fuorilegge-011.htm