Paolo Dall’Oglio libero! Pace in Siria!


Paolo-Dall-Oglio

“I Siriani giovani e meno giovani stanno soffrendo un inferno, le fosse comuni annunziate sono ormai un fatto, si tratta di una carneficina sotto la nostra finestra e non c’è più modo di chiudere gli occhi e di non assumersi le proprie responsabilità”. L’8 settembre del 2012 Paolo Dall’Oglio denunciava con queste parole l’oppressione del regime di Assad verso il popolo siriano.

Chi è Paolo Dall’Oglio? È un uomo giusto. Un gesuita romano che per trent’anni ha vissuto in Siria amandone la terra, la gente, la religione, i pregi, le difficoltà. Per trent’anni ha lavorato e costruito il dialogo tra cristiani arabi e musulmani. Si è fatto cristiano con i cristiani, musulmano con i musulmani, siriano con i siriani.

Nel 2011 quando i giovani, gli studenti, le donne, i lavoratori sono insorti contro il regime degli Assad, sulla scia delle Primavere arabe di Tunisia, Libia, Egitto, Paolo, Abuna Paolo, come lo chiama la sua gente, si è schierato dalla parte del popolo. Il regime lo ha riconosciuto come un nemico, un uomo in grado di far vacillare il potere, un uomo capace di aprire il cuore dei giovani alla verità e alla giustizia e proprio per questo lo ha espulso dal paese.

Da quel momento Paolo ha girato in lungo e in largo l’Europa chiedendo con forza di sostenere i ribelli, i ribelli, non gli estremisti! Perché quella siriana nasce come una rivoluzione non come una guerra. Era la rivoluzione di un popolo e aveva bisogno del sostegno dei popoli, ma noi glielo abbiamo negato. Paolo chiedeva un intervento diplomatico ad ampio raggio tra i protagonisti nascosti che hanno in seguito provocato, fomentato, supportato la guerra: Iran, Russia, Israele, Stati Uniti. Per citarne solo alcuni.

Paolo lo diceva senza mezzi termini a chiunque gli offriva spazio di parola: Se non sosteniamo la rivoluzione, il paese andrà verso il caos e gli estremisti avranno spazio e modo di diventare potenti, di trasformarsi in una minaccia per tutti.

Ma noi scherniamo i profeti, li isoliamo e abbandoniamo. Così Paolo è tornato clandestinamente in Siria per compiere l’impossibile, per cercare di aprire, ancora una volta, spiragli di dialogo. Il 29 luglio del 2013 nella città di Raqqa viene rapito, inghiottito nell’inferno di una guerra infame che tutti ci riguarda. Da allora non sappiamo più nulla di lui.

Trecentomila morti, sei milioni di profughi e una serie di conseguenze nefaste e sanguinarie che il voltare le spalle alla Siria ha provocato nelle nostre case, nelle nostre abitudini, nelle nostre strade, nella nostra democrazia.

Abbiamo chiuso gli occhi. Non ci siamo assunti le nostre responsabilità.

Abbiamo creduto che il diritto all’autodeterminazione di un popolo non fosse affar nostro. Gli interessi politici, ma soprattutto economici hanno paralizzato, congelato, menomato l’azione diplomatica di chi aveva il dovere di garantire una transizione pacifica alla democrazia. L’intero occidente si è accorto di quanto sta accadendo in Siria, soltanto quando la Siria è diventata una minaccia per noi: Quando dalle viscere di una guerra ingiusta e dimenticata ha preso vita un terrorismo che uccide mentre si è a teatro o a prendere un caffè, quando Stati Uniti, Russia e Turchia fanno scintille e ci preoccupiamo che scoppino focolai di guerra capaci di ustionare la nostra vita tranquilla, quando uomini e donne sbarcano sulle nostre coste minacciando la percezione perversa della realtà, i nostri spazi e la nostra cultura. A causa di tutto questo ci siamo accorti della Siria, ma nonostante tutto questo continuiamo ad accontentarci di una informazione superficiale, frammentaria, pilotata da interessi che nulla hanno a che fare con la giustizia e la pace.

Avremmo dovuto prendere a cuore il desiderio e il diritto all’autodeterminazione del popolo Siriano, avremmo dovuto ascoltare la denuncia gridata nelle piazze contro Bashar al Assad, avere pietà per il grido delle madri i cui figli venivano rapiti, torturati e uccisi per aver espresso un’idea di cambiamento, un desiderio di libertà; dovevamo indignarci quando Assad ha cominciato a sparare sui manifestanti, dovevamo insorgere anche noi quando centinaia e centinai di bambini sono morti a causa delle armi chimiche del dittatore.

Adesso non possiamo tornare indietro. Non possiamo sanare le ferite e il dolore, restituire ai bambini i loro padri, alle madri i figli dilaniati dalla guerra e dalla nostra “assenza”. Cosa possiamo fare? Sentire come un dovere comprendere quanto sta accadendo realmente in Siria, fare la fatica di leggere, studiare, capire. Possiamo, anzi, dobbiamo conoscere le ragioni della rivoluzione siriana, schierarci dalla parte di chi combatte il regime e il terrorismo, dobbiamo imparare a percepire il loro bisogno di libertà, democrazia e giustizia come qualcosa che ci appartiene. Lo lotta per una vita più umana, in qualunque parte del mondo venga combattuta, è la resistenza d’ogni essere umano nei confronti della propria morte. Possiamo, anzi, dobbiamo, immaginarci un modo nuovo e diverso, un mondo più giusto, dobbiamo immaginarlo e adoperarci per realizzarlo, proprio come diceva Abuna Paolo ai giovan: “Dovete avere una grande fiducia nella vostra capacità di visione, un enorme fiducia nel vostro desiderio”.

 

Giulia Lo Porto