Ripensare il cambiamento


Mi stranizza di fronte l’entità della débâcle elettorale subita, la facilità dei commenti, le irremovibili acritiche certezze di quanti tornano a ribadire la propria personale concezione del mondo, noncuranti delle corresponsabilità rispetto all’accaduto.
 
Un Nord Leghista ed un Sud in mano al solito ceto politico corrotto ed inquisito, sono uno scenario inquietante  e non un a mera sconfitta di una sinistra burocratica lontana dai “movimenti”.
 
I risultati Veneti e di Verona, non lasciano spazio a ragionamenti del genere e poco scampo lasciano alla mobilitazione sul dal molin.
I risultati piemontesi altrettanto per le iniziative “no tav”, per non parlare dell’ impegno anti mafioso al sud.
 
Basterà infierire sui Bertinotti e Pecoraro della sfortunata sinistra arcobaleno?
 
O potremo gioire degli irrisori “zero-virgola”, delle varie micro liste trotskiste (PCL, sinistra critica, P.di alternativa comunista), della lista dell’ex PDCI Rossi, “bene comune”, inclusi gli ex verdi (nonviolenti) della prima ora (incapaci di portare a casa il minimo risultato elettorale)?
 
Per non parlare dell’irresponsabile corresponsabilità qualunquista dei teorici dell’astensionismo, penso oggi soddisfatti del futuro governo nuclearista, guerrafondaio e xenofobo.
 
Per la prima volta non avremo la sinistra nelle istituzioni, per la prima volta l’apporto della stessa rappresentanza dei cattolici sarà assente in una delle due camere, se non vorremo delegare all’inquisito Cuffaro il patrimonio della storia dei cattolici in politica.
 
 
Gli interrogativi per i nonviolenti sono quindi  ben più delle risposte!
 
Penso che dovremmo partire dalla stessa definizione di “cambiamento”, alla relazione tra l’agire sociale dell’associazionismo e la sua rappresentazione istituzionale e politica.
 
In passato, dopo le esperienze capitiniane dei COS nel dopoguerra,  ci si è interrogati negli storici convegni su marxismo  e nonviolenza degli anni 70, nel dibattito su anarchia e nonviolenza, poi la battaglia per l’obiezione ha visto un incontro con i radicali,  per poi essere stati quindi, negli anni 80, parte promotrice dell’esperienza delle prime liste verdi (salvo poi non reggere il confronto elettorale o subire le logiche partitiche della progressiva burocratizzazione della federazione dei verdi), infine esterni a tutto ciò si è contribuito alla nascita di esperienze di movimento quali la Rete Lilliput (oggi anch’essa irrigidita in una progressiva burocratizzazione e conquistata da un elitè autoselezionata).
 
Penso che occorra un ripensamento sul complesso di questa storia.
 
Pochi sono per noi i punti fermi: l’attività della società civile, l’associazionismo, la logica dell’agire in rete, l’azione d’advocy per i diritti umani da parte delle chiese.
 
Riguardo alle chiese (provenendo dalla storia del mir, mi si conceda quest’attenzione al plurale), ricordiamo il ruolo avuto dalle riviste missionarie nell’avvio delle campagne per il disarmo della stessa Rete Lilliput. Ad oggi ritengo che sia poco valorizzata l’esistente rete dei contatti degli operatori missionari  (Aefjn.org) e di Giustizia, Pace ed Integrità del Creato (p es. http://www.ofm-jpic.org/).
 
Ben peggio sembrano essere ridotte le pur esistenti istituzioni del movimento dei lavoratori: istituzioni appunto e per parecchi irriformabili. Ma anche da li bisogna ben valutare quali apporti possano venire ad un cambiamento possibile.
 
Ma resta il punto fondamentale di ripensare questa stessa idea di cambiamento, dal basso, dalle scelte di ciascuno e di tutti.
Senza pensare,   o temere, che un risultato elettorale possa modificare radicalmente le nostre esistenze.
 
Da oggi dovremo confrontarci con un mutato quadro istituzionale.
 
Unico aspetto positivo, dovranno cessare le dispute sui vari tavoli pseudo istituzionali ai quali far sedere i nonviolenti a caccia degli scampoli di finanziamenti e di sotto-sotto governo. Non potremo farci più schermo di nessuna parentela “politica”. La relazione con i ministeri degli esteri e della difesa non potrà che tornare ad essere dialettica ed alternativa.
 
Dovremo  tornare a pensare la difesa popolare nonviolenta come intimamente connessa ad una politica di disarmo, da affermare e conquistare con strumenti altri rispetto alla mediazione (o se volete al compromesso, se non alla compromissione).
 
Rimane da pensare a quale rapporto costruire con una rappresentanza sostanzialmente bipartitica, rispetto all’interscambiabilità dei programmi e delle scelte di fondo d’entrambi i partiti (PD e PDL), a quali relazioni costruire (o meno) con gli eletti del PD riconducibili a, passate, scelte comuni (penso ai cattolici ed evangelici eletti in quota DS, agli ecologisti democratici, a quanti in passato hanno fatto parte del movimento per la pace ed in quello antimafia, ai 9 radicali possibili interlocutori su diritti umani,ecologia e laicità).
 
Dovremo forse guardare ai modi ed alle forme d’organizzazione degli antimilitaristi e dei nonviolenti nei paesi di democrazia anglosassone.
 
Li ci si caratterizza per la promozione di campagne, che poi si coordinano tra di esse in reti, con un azione di lobbying dal basso ed anche istituzionale, spesso con grande efficacia come al quacchero  Friends Committee on National Legislation (FCNL).
 
Non mi interessa ipotizzare qui delle soluzioni, mi piacerebbe contribuire all’ avvio di una discussione, che a mio avviso dovrebbe trovare nuovi luoghi diversi dalle attuali esperienze autoreferenziali e dai loro limiti.
 
Francesco Lo Cascio