Commovente ricordo di Mons. Faraj Rahho. Le parole di Padre Amer Najman Youkhanna, sacerdote dell’Arcidiocesi di Mosul dei Caldei


mgr. RahhoNella raccolta atmosfera della cappella del Collegio Urbano di Roma si è svolta l’altro ieri una santa messa ristretta alla comunità cristiana orientale a Roma e dedicata alla memoria di Monsignor Faraj P. Rahho.
A celebrare è stato Monsignor Philip Najim, Procuratore Caldeo presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa che ha riportato alcune delle parole pronunciate dal Patriarca Caldeo Mar Emmanuel III Delly durante il funerale di Mons. Rahho, svoltisi due giorni fa a
Karamles. Presenti erano, tra gli altri, il Cardinale Daoud I Ignace Moussa, Patriarca Emerito della Chiesa Siro Cattolica e Prefetto Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, Monsignor Mikhail Jamil, Procuratore presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa per la stessa chiesa, Padre Khaled Bishayi, Minutante per la chiesa caldea presso la Congregazione per le Chiese Orientali, Padre Jibrail, Superiore Generale dei Monaci Caldei, Don Graziano Borgonovo, Rettore del Seminario Filosofico Teologico Internazionale “Giovanni Paolo II” e, naturalmente, il Rettore del Pontificio Collegio Urbano che ha ospitato la cerimonia: Padre Fernando Domingues mccj.

Commovente è stato il momento in cui, terminato l’intervento di Mons. Najim, l’omelia è stata pronunciata da Padre Amer Najman Youkhanna, studente presso il Pontificio Collegio Irlandese di Roma ma, soprattutto, sacerdote dell’Arcidiocesi dei Caldei di Mosul ed in quanto tale particolarmente toccato dalla morte di Mons. Rahho, che non era solo il suo vescovo ma era stato anche il suo parroco: “uno dei punti principali che mi hanno fatto scoprire la vocazione al sacerdozio”, come ha detto.
Di seguito il testo dell’omelia di Padre Amer Najman Youkhanna, commovente testimonianza di un giovane sacerdote addolorato che trova però, nel martirio di Mons. Rahho, una ulteriore spinta a continuare a testimoniare Cristo nella martoriata terra d’Iraq.


 
Per Te ogni giorno siamo messi a morte[1],

Cari fratelli e sorelle, le letture che abbiamo scelto per questa santa messa ci mostrano una realtà che non riguarda solo i primi secoli del cristianesimo, ma che è anche oggi tragicamente presente. La prima lettura ci racconta il martirio di Eleazaro[2], che con le sue stesse parole oggi ci dice come abbia voluto testimoniare la sua fede nel Dio onnipotente, “soffrendo nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell’anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di Lui.” Eleazaro avrebbe potuto fuggire, ma preferì morire per dare gloria al nome del Signore, e non vivere nella vergogna di aver trascurato la Sua legge. Nella lettera ai Romani, poi, si dice “che né morte né vita, né angeli né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore.” La lettura del Vangelo di Luca ci mostra infine come anche il Signore abbia detto lo stesso: “ vi perseguiteranno … a causa del mio nome.” E continua: “Questo vi darà occasione di rendere testimonianza.”

Oggi siamo radunati per celebrare un evento importante, una gioia grande: il fatto che Mons. Paolo Faraj Rahho abbia dato testimonianza con il proprio sangue per dare gloria al nome di Gesù Signore nostro. Sì, cari fratelli, non siamo qui per piangere un morto, siamo qui per gioire insieme perché l’eparchia di Mosul dei Caldei ha da oggi un altro intercessore in cielo, un altro martire che continua a scrivere la storia della nostra chiesa non con l’inchiostro, ma con il proprio sangue.

Mi pare quindi molto importante ricordare oggi ed insieme la vita di questo martire.
Mons. Rahho nasce il 20 dicembre, 1942, ultimo di otto figli: cinque maschi e tre femmine. Frequenta la scuola elementare di S. Simon Pietro a Mosul, e completa la scuola media inferiore e superiore al seminario minore del Patriarcato caldeo di S. Simon Pietro (1954-1960). Prosegue gli studi a Baghdad e nello stesso seminario termina gli studi teologici e filosofici. Viene ordinato sacerdote il 10 gennaio del 1965. Dal 1974 al 1976 è a Roma, dove ottiene la licenza in teologia pastorale all’Angelicum. Tornato in Iraq guida diverse parrocchie: Mar Isaia, Madonna del Perpetuo Soccorso e in fine S. Paolo, che è la mia parrocchia, che lui fondò e costruì e dove trascorse gli anni più significativi della sua vita conseguendo grandi successi nell’ambito della pastorale. Nominato vescovo dal Sinodo della Chiesa caldea, viene ordinato arcivescovo dell’eparchia di Mosul il 16 febbraio del 2001.

Mons. Rahho era molto conosciuto per il suo zelo pastorale. Essendo il mio parroco, infatti, il suo esempio ha rappresentato uno dei punti principali che mi hanno fatto scoprire la vocazione al sacerdozio. Vorrei in questo giorno ricordare alcune di quelle attività, movimenti e fraternità da lui personalmente fondate. Nel 1986 dà vita, nella parrocchia di S. Paolo, alla “Fraternità della Carità e Gioia” per l’assistenza ai fratelli disabili.
 Per lui il disabile era un dono del Signore per farci ricordare chi ha bisogno di noi; per lui lavorare con i fratelli disabili era un modo di scoprire il vero senso dell’umanità facendoci diventare più simili all’immagine del Signore, che è presente dentro ognuno noi.
La Fraternità crebbe e si diffuse in tutto il Paese, nelle chiese cattoliche e non cattoliche, diventando un fulgido esempio di ecumenismo.
 Ben presto nasce anche la casa Oasi della Carità e Gioia per ospitare i fratelli disabili che per le loro famiglie rappresentavano un peso. Tra le altre iniziative del vescovo, inoltre, c’è la Fraternità degli amici della Sacra Famiglia di Nazareth”, per le coppie appena sposate, ed i Fratelli di Gesù”, che iniziarono ad assistere le famiglie più povere sotto l’embargo degli anni ’90 e che tutt’ora continuano le loro attività.
Notevole è il ruolo che Mons. Rahho ha avuto con i giovani che, in tutta la diocesi, lo hanno amato profondamente. Da parroco, nel 1993, egli diede infatti inizio all’attività della “Settimana dei giovani”, durante la quale, due volte all’anno, i giovani si riuniscono per pregare e ascoltare alcuni relatori che intervengono su un argomento scelto ogni volta tra i più vicini alla vita delle nuove generazioni. Un’iniziativa che con il tempo si è estesa a tutta l’arcidiocesi.
Negli ultimi anni di guerra e di invasione americana Mons. Rahho ha mostrato un grandissimo coraggio dando testimonianza di fede e di speranza, insistendo sulla presenza dei cristiani in Iraq e specialmente nella sua diocesi: Mosul. Chiaramente egli aveva espresso il proprio rifiuto del modo in cui gli americani hanno voluto portare la democrazia nel nostro paese, ed in vari incontri ed interviste aveva dichiarato come gli americani non avessero fatto nulla di buono, ma avessero, anzi, solo distrutto l’Iraq.
Con coraggio Mons. Rahho ha sempre voluto che tutte le chiese a Mosul rimanessero aperte, e sempre a causa della sua coraggiosa testimonianza di fede aveva ricevuto tantissime minacce e lettere di condanna a morte da vari gruppi terroristici che oggi purtroppo controllano la situazione a Mosul.
La prima violenza che subì sulla propria pelle fu l’attentato terroristico contro il palazzo della curia arcivescovile, il 7 dicembre 2004. Un’azione terribile perché i terroristi avevano posto, senza nessun ostacolo, le bombe dentro il palazzo, e dopo l’esplosione avevano impedito ai vigili del fuoco di portare soccorso. Da allora Mons. Rahho aveva capito che gli americani non possono garantire la sicurezza per nessuno, e quando, come sempre in ritardo, erano arrivati, li aveva mandati via. In seguito, e più volte, le chiese a Mosul hanno subito diversi attentati, e dopo ogni attentato, forte del suo coraggio Mons. Rahho rimetteva tutto a posto in tempo brevissimo, riapriva le porte ai fedeli, e sfidando tutti i terroristi annunciava che “noi non andremo mai via da qui, perché questa è la nostra terra”.
Dopo questi attentati, e per sferrare un colpo mortale al vescovo, il 3 giugno 2007 i terroristi uccisero a sangue freddo il suo braccio destro, Padre Rageed Ganni con altri tre suddiaconi, dopo che egli aveva celebrato la Santa messa nella parrocchia del Santo Spirito.
Dopo quel’episodio Mons. Rahho aveva dichiarato in diverse interviste ed articoli che i cristiani a Mosul sono davvero perseguitati, e dopo quelle dichiarazioni aveva ricevuto molte minacce da diversi gruppi che non rivelavano il loro vero nome, ma si limitavano a dire “noi siamo Mujahidin”, una parola tanto conosciuta da non aver bisogno di traduzione. Mons. Rahho non si è mai arreso, anzi, quelle minacce gli davano maggior coraggio per continuare. Ed è proprio quel coraggio che lo spingeva a continuare a celebrare le messe nella parrocchia di Santo Spirito, pur sapendo che lì i terroristi sono forti e molto presenti.
Finché non si è arrivati al giorno del suo rapimento, avvenuto dopo la Via Crucis nella stessa parrocchia. All’agguato in cui sono morti il suo autista e due guardie del corpo. Persone non erano con lui per guadagnare dei soldi, come se fosse un lavoro come un altro, quanto perché lui era il loro pastore. Mons. Rahho è stato ucciso in modo disumano, per la mancanza dei farmaci che gli erano necessari, e che i rapitori non hanno mai voluto che gli facessimo pervenire.
“Saydna” tu avevi sempre detto e dichiarato: “sono nato a Mosul, e voglio morire a Mosul,” ed ecco, oggi ottieni la corona del martirio e noi siamo radunati a celebrare questo grande evento. Sei stato un vero esempio del buon pastore che dà la vita per il suo gregge. Cari fratelli e sorelle, non vogliamo ricevere condoglianze per un morto, ma siamo qui per ricevere i vostri auguri, perché in cielo abbiamo un nuovo intercessore: il Martire Monsignor Paolo Faraj Rahho.

Sia lodato Gesù Cristo

Padre Amer Najman Youkhanna

Sacerdote dell’arcidiocesi di Mosul dai Caldei 14/marzo/2008 Roma

[1] Salmi. 44,23
[2] 2Macc. 6,18-31

By Baghdadhope