Mons. Paulos Faraj Rahho (1942-2008)


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Morto mons. Rahho Arcivescovo di Mosul

È l’epilogo peggiore, dopo giorni di apprensione e di speranza. L’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Farj Rahho, rapito il 29 febbraio scorso, è morto. Al momento, non si sa ancora se è stato ucciso. Il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, confermando la notizia, ha detto solo che “sul corpo del presule non ci sono ferite procurate da pallottole”.’Lo abbiamo ritrovato privo di vita nei dintorni di Mosul. I rapitori lo avevano sepolto’, ha spiegato il vescovo all’agenzia Sir. ‘I rapitori già da ieri ci avevano detto che mons. Rahho stava molto male, ieri nel pomeriggio ci hanno detto che era morto. Stamattina ci hanno telefonato per dirci che lo avevano sepolto. Alcuni nostri giovani hanno seguito le indicazioni fornite dai rapitori per raggiungere il luogo. Qui hanno scavato e hanno visto il vescovo privo di vita. Non sappiamo ancora se sia morto per cause legate alla sua precaria salute o se sia stato ucciso. I rapitori ci hanno detto solo che è morto’. Personalità della Chiesa caldea hanno portato il cadavere all’ospedale di Mosul per accertare le cause del decesso e l’autopsia avrebbe fissato la data della morte ad almeno 5 giorni fa. I funerali, intanto, potrebbero svolgersi già domani nella vicina cittadina di Karamles. Desolato il commento ad Asianews del vescovo di Arbil, mons. Rabban al Qas: “E’ una grande Croce per la nostra Chiesa prima della Pasqua”. Sulla stessa linea il nunzio apostolico a Baghdad, mons. atriar Assisi Chullikatt: “Eravamo fiduciosi di ritrovare mons. Raho in vita. Il Governo aveva promesso un’inchiesta approfondita. Attendiamo ancora la sua conclusione. Anche in questo caso dovranno essere fornite delle risposte e si deve assicurare la sicurezza dei cristiani iracheni”.
È l’epilogo peggiore, dopo giorni di apprensione e di speranza. L’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Farj Raho, rapito il 29 febbraio scorso, è morto. Al momento, non si sa ancora se è stato ucciso. Il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, confermando la notizia, ha detto solo che “sul corpo del presule non ci sono ferite procurate da pallottole”.’Lo abbiamo ritrovato privo di vita nei dintorni di Mosul. I rapitori lo avevano sepolto’, ha spiegato il vescovo all’agenzia Sir. ‘I rapitori già da ieri ci avevano detto che mons. Rahho stava molto male, ieri nel pomeriggio ci hanno detto che era morto. Stamattina ci hanno telefonato per dirci che lo avevano sepolto. Alcuni nostri giovani hanno seguito le indicazioni fornite dai rapitori per raggiungere il luogo. Qui hanno scavato e hanno visto il vescovo privo di vita. Non sappiamo ancora se sia morto per cause legate alla sua precaria salute o se sia stato ucciso. I rapitori ci hanno detto solo che è morto’. Personalità della Chiesa caldea hanno portato il cadavere all’ospedale di Mosul per accertare le cause del decesso e l’autopsia avrebbe fissato la data della morte ad almeno 5 giorni fa. I funerali, intanto, potrebbero svolgersi già domani nella vicina cittadina di Karamles.
Desolato il commento ad Asianews del vescovo di Arbil, mons. Rabban al Qas: “E’ una grande Croce per la nostra Chiesa prima della Pasqua”. Sulla stessa linea il nunzio apostolico a Baghdad, mons. atriar Assisi Chullikatt: “Eravamo fiduciosi di ritrovare mons. Raho in vita. Il Governo aveva promesso un’inchiesta approfondita. Attendiamo ancora la sua conclusione. Anche in questo caso dovranno essere fornite delle risposte e si deve assicurare la sicurezza dei cristiani iracheni”.

IL DOLORE DEL PAPA.
 Dell’accaduto è stato informato anche il papa che si è detto colpito e addolorato. In un telegramma al patriarca caldeo, cardinale Emmanuel Delly, il pontefice parla di “atto di disumana violenza che offende la dignità dell’essere umano e nuoce gravemente alla causa della fraterna convivenza dell’amato popolo iracheno”. Assicurando le sue preghiere ‘per lo zelante pastore sequestrato proprio al termine della celebrazione della via crucis’, il papa prega, inoltre, ‘perché questo tragico evento serva a costruire nella martoriata terra dell’Iraq un futuro di pace’. ‘Tutti – aveva detto in mattinata il direttore della sala stampa, padre Federico Lombardi – avevamo continuato a sperare e a pregare per una sua liberazione, come il papa aveva piu’ volte chiesto nei suoi appelli. Purtroppo la violenza più assurda e ingiustificata continua ad accanirsi sul popolo iracheno e in particolare sulla piccola comunità cristiana, a cui il papa e tutti noi siamo particolarmente vicini nella preghiera e nella solidarietà in questo momento di grande dolore’. ‘Vi è da augurarsi – conclude – che questo tragico evento richiami ancora una volta e con più forza l’impegno di tutti e in particolare della comunità internazionale per la pacificazione di un Paese cosi’ travagliato’.LE TAPPE DELLA VICENDA. Mons. Raho era stato rapito da un gruppo di uomini armati il 29 febbraio scorso mentre usciva dalla chiesa del Santo Spirito nella parte orientale della città irachena. Durante l’attacco, erano stati uccisi tre cristiani che erano con lui per proteggerlo dopo le minacce che aveva ricevuto in passato. Contro il sequestro, si era levata subito la condanna del papa e della Chiesa Caldea, ma anche dei leader musulmani locali. Controverse le trattative per il rilascio. Il 1 marzo, mons. Baptiste Georges Casmoussa, annuncia all’agenzia missionaria Misna che ‘abbiamo ricevuto una telefonata dai rapitori e abbiamo cominciato una negoziazione per la liberazione di Rahho’.
Il 4 marzo si leva anche la voce del premier iracheno Nuri Al Maliki che assicura la liberazione ‘il prima possibile’ e invia una lettera al atriarca di Baghdad, il neo cardinale Emmanuel III Delly, in cui afferma che ‘la comunità cristiana in Iraq è parte essenziale della società irachena e ogni aggressione ai loro membri è un’aggressione a tutti gli iracheni’. Dell’8 marzo è la notizia, apparsa sulla stampa irachena, che i rapitori avrebbero chiesto un riscatto di un milione di dollari per il rilascio dell’alto prelato. Ma lo stesso Rahho in un colloquio telefonico con i suoi familiari consentito dai sequestratori come prova che si trova ancora in vita, avrebbe loro riferito di preferire di ‘morire come un martire piuttosto che cedere al riscatto’. Questa l’ultima notizia sulla sua sorte. Oggi il ritrovamento del corpo nel luogo di sepoltura indicato dai suoi rapitori.segue

DALL’ANGELUS DI DOMENICA 9 MARZO 20078 Cari fratelli e sorelle,nel nostro itinerario quaresimale siamo giunti alla Quinta Domenica, caratterizzata dal Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45). Si tratta dell’ultimo grande “segno” compiuto da Gesù, dopo il quale i sommi sacerdoti riunirono il Sinedrio e deliberarono di ucciderlo; e decisero di uccidere anche lo stesso Lazzaro, che era la prova vivente della divinità di Cristo, Signore della vita e della morte. In realtà, questa pagina evangelica mostra Gesù quale vero Uomo e vero Dio. Anzitutto l’evangelista insiste sulla sua amicizia con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. Egli sottolinea che a loro “Gesù voleva molto bene” (Gv 11,5), e per questo volle compiere il grande prodigio. “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo” (Gv 11,11) – così parlò ai discepoli, esprimendo con la metafora del sonno il punto di vista di Dio sulla morte fisica: Dio la vede appunto come un sonno, da cui ci può risvegliare. Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte: lo si vede quando ridona la vita al giovane figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,11-17) e alla fanciulla di dodici anni (cfr Mc 5,35-43). Proprio di lei disse: “Non è morta, ma dorme” (Mc 5,39), attirandosi la derisione dei presenti. Ma in verità è proprio così: la morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento.Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera com-passione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù “si commosse profondamente, si turbò” e infine “scoppiò in pianto” (Gv 11,33.35). Il cuore di Cristo è divino-umano: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l’immagine, anzi, l’incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita. Perciò dichiarò solennemente a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E aggiunse: “Credi tu questo?” (Gv 11,25-26). Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; una domanda che certamente ci supera, supera la nostra capacità di comprendere, e ci chiede di affidarci a Lui, come Lui si è affidato al Padre. Esemplare è la risposta di Marta: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace.Affidiamo questa preghiera a Maria Santissima. Possa la sua intercessione rafforzare la nostra fede e la nostra speranza in Gesù, specialmente nei momenti di maggiore prova e difficoltà.

IN PREGHIERA A FIANCO DELLE COMUNITA’ CRISTIANE DELL’IRAQA fronte dei recenti avvenimenti di violenza che si sono susseguiti in Iraq in questi giorni, tra cui il sequestro del Vescovo Caldeo di Mosul Mons. Faraj Rahho e l’uccisione delle tre persone che lo accompagnavano, sentiamo il dovere come Commissione Giustizia e Pace, Caritas e Centro Missionario della Diocesi di Novara di metterci al fianco di questi nostri fratelli che vivono una situazione così difficile e terribile. Ricordiamo che in questi ultimi anni é il secondo vescovo che viene rapito, a cui vanno aggiunti anche dodici sacerdoti sequestrati, tre preti e tre diaconi uccisi, senza contare le innumerevoli difficoltà, i dolori e i sacrifici che la comunità cristiana è costretta a subire a causa di una guerra che imperversa sulla loro patria ormai da diversi anni. Gli ostacoli che i cristiani incontrano in tutto il Medio Oriente ed in modo particolare in Iraq, spingono i componenti di queste comunità, presenti in quei luoghi fin dal tempo degli Apostoli, a fuggire dal loro Paese che hanno sempre amato e difeso in modo coraggioso insieme ai loro fratelli musulmani, con cui hanno vissuto nel rispetto reciproco e hanno condiviso i giorni belli come quelli peggiori, da 14 secoli. Oggi vogliono continuare quest’esistenza nell’amore e nel rispetto dei diritti umani e nella tolleranza reciproca.